Portatori Sani di Legalità Portatori Sani di Legalità

BIOGRAFIE

Le biografie dei personaggi cui sono stati intintolati i percorsi che seguiranno i ragazzi e le ragazze delle scuole medie superiori selezionati per l’edizione della Notte Bianca 2016.

Pollica 22 settembre 1953 – Pollica 5 settembre 2010. SINDACO DI POLLICA

La storia di Angelo Vassallo è una storia di Politica e Mare, Mare e Politica. Mai, infatti, nella storia di quest’uomo, i due elementi sono stati separati, poiché, leggendo delle sue attività, ci accorgiamo che l’una è stata sempre a servizio dell’altro e viceversa.

Tutto inizia da qui dal mare di Pollica, una località in provincia di Salerno, di circa 2.300 abitanti.

Angelo Vassallo era, prima di tutto, un pescatore, tanto che verrà sempre ricordato come SINDACO PESCATORE.

Il suo lavoro, prima ancora di quello politico, è stato il fulcro della sua gestione, legata fortemente alla tutela ambientale e alimentare.

Esponente del PD, è’ stato sindaco di Pollica per 3 mandati: dal 1995 al 1999, 1999 al 2004, e dal 2005 al 2010. Nel 2010 era stato rieletto con il 100% dei voti, unico candidato.

È stato ucciso il 5 settembre 2010, in un agguato di presunta matrice cammorrista. (procedimento ancora in corso).

Tra i suoi grandi meriti ricordiamo quello di aver reso Pollica, il fulcro in materia di studi sui regimi alimentari mediterranei, lottando per il riconoscimento della dieta mediterranea come patrimonio orale ed immateriale dell’UNESCO. Il 16 novembre 2010, la candidatura italiana è stata approvata nel corso di una conferenza a Nairobi e tale riconoscimento gli è stato dedicato.

È stato, a ulteriore prova del profondo amore per l’ambiente, anche Presidente della comunità del Parco, organo prepositivo e consultivo dell’ente parco nazionale del cilento e vallo di diano (che raccoglie 80 comuni).

Ha istituito, inoltre, il “Centro studi per la dieta mediterranea”, con sede a Pollica.

Grazie al suo impegno ambientalista ed alle sue ordinanza singolari (multa fino a 1000 euro per chi veniva sorpreso a gettare a terra mozziconi di sigarette), Pollica ha ottenuto le prestigiose 5 vele, massimo riconoscimento della Bandiera Blu di Legambiente e Touring Club.

Alla sua memoria ed al suo impegno ambientale è dedicata la “Fondazione Angelo Vassallo Sindaco Pescatore”, da cui ho tratto molte di queste notizie e di cui troverete il link.

Fonte: http://www.fondazionevassallo.it/

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Saluzzo 27 settembre 1920 – Palermo 3 settembre 1982. VICE COMANDANTE GENERALE DELL’ARMA DEI CARABINIERI E PREFETTO.

Tre sono anche le persone che vanno ricordate, perché è vero, il nostro eroe è il Generale, ma con lui morirono anche la giovane moglie Emanuela Setti Carraro (su cui il Generale, in un ultimo gesto eroico, tentò di fare scudo durante l’agguato), di appena 32 anni, e Domenico Russo, agente di scorta che seguiva il Generale.

Descrivere la vita di Carlo Alberto Dalla Chiesa è complesso, perché tutto in questa vita è intriso di legalità, ma una legalità perseguita azzardando e rischiando, come si vedrà parlando della lotta alle Br, ma sempre con rigore.

Elementi che condurranno Carlo Alberto Dalla Chiesa a raggiungere la carica di Vice Comandante Generale Dell’ Arma, il secondo grado più alto e la carica di Prefetto, il Prefetto di ferro.

La sua vita di Carabiniere inizia nel mezzo della seconda guerra mondiale e con lui il rischio e l’azzardo.

Da subito decide di aiutare, infatti, i partigiani, rifiutandosi di dare loro la caccia, tanto da essere iscritto nelle liste nere delle S.S. è il 1942, siamo a San Benedetto del Tronto.

Con l’Armistizio passa in clandestinità, divenendo responsabile delle trasmissioni di informazioni clandestine per gli americani.

La guerra finisce ed il futuro Generale, riceve diversi riconoscimenti di guerra.

Nel 1949, dopo un incarico a Bari, dove conosce e sposa la prima moglie Dora Fabbo, viene inviato in Sicilia a combattere la mafia.

Era una mafia agraria, ancora. Una mafia condadina e intessuta ancora del vecchio banditismo, il cui nome forte e temibile era quello di Salvatore Giuliano (non il Giuliano eroe che, al contrario, diede la vita per la lotta alla mafia).

Nel contempo iniziano a farsi conoscere, a modo loro, personaggi come Luciano Liggio, Totò Riina, Leoluca e Caloggero Bagarella, Bernando Provenzano. Nomi che, in futuro, segneranno pesantemente la storia dell’Italia e le sorti del Generale.

Carlo Alberto dalla Chiesa viene chiamato a risolvere l’omicidio di Placido Rizzotto, un sindacalista per la cui morte Carlo Alberto Dalla Chiesa, giungerà a fare incriminare Luciano Liggio.

Dopo gli incarichi in Sicilia, si spostò tra Como, Firenze e Roma, per poi tornare sull’isola dal 1966 al 1973. Cosa Nostra non era più la mafia agraria del dopo guerra, ma un’organizzazione la cui potenza iniziava a farsi sentire.

Si occupò, tra gli altri, della scomparsa, o meglio della lupara bianca, di Mauro de Mauro, giornalista sparito e mai più ritrovata. Stava indagando sul caso Mattei. Le indagini furono condotte in sintonia con la Polizia, dove collaborò anche con Boris Giuliano, proprio il Giuliano a cui è dedicato un percorso. In quegli anni indaga anche sulla morte di Pietro Scaglione, procuratore ucciso.

Ne nacque il famoso dossier dei 114, dove vennero arrestati e mandati al confino, 114 boss, con una particolarità: Dalla Chiesa volle che questo confino fosse scontato sulle isole di Pianosa, Lampedusa e l’ Asinara e non, come si usava, al Nord, poiché intuì che il confino al Nord produceva come conseguenza quella di far estendere “la piovra” in altri luoghi.

Gli anni 70 il Generale li passa dando la caccia alle brigate rosse: comanda la Brigata Torino e crea il nucleo speciale antiterrosmo, formato da 10 uomini, ma soprattutto, aprirà le file ad un nuovo modo di condurre indagini: mediante infiltrati.

La sua attività può essere riassunta con la sue stesse parole: “”I nostri reparti dovevano vivere la stessa vita clandestina delle Brigate Rosse. Nessun uomo fece mai capo alle caserme: vennero affittati in modo poco ortodosso gli appartamenti di cui avevamo bisogno, usammo auto con targhe false, telefoni intestati a utenti fantasma, settori logistici ed operativi distanti tra loro. I nostri successi costarono allo Stato meno di 10 milioni al mese”.

Grazie alle sue metodologie, che non furono esenti da critiche, ma come ho detto, il Generale ottenne i suoi risultati anche azzardando, riuscì a catturare Renato Curcio ed Alberto Franceschini, fondatori delle Brigate rosse.

I carabinieri di Dalla Chiesa lottano e risolvono il sequestro di Vittorio Gancia, uccidendo Margherita Cagol, moglie trentenne di Renato Curcio, che aveva partecipato al rapimento del Giudice Sossi ed all’assalto al carcere di Casale Monferrato, sedato dagli uomini dello stesso Dalla Chiesa che, nel frattempo, era divenuto responsabile del coordinamento del servizio di sicurezza di repressione e pena. Le carceri, prima dell’arrivo del Generale, erano luoghi dove si agiva liberamente.

Viene trasferito a Roma, dove Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta contro il terrorismo, sorta di reparto operativo speciale alle dirette dipendenze del Ministro dell’Interno Virginio Rognoni.

Nel 1979 torna nuovamente al Nord, stavolta a Milano, a capo della Divisione Patrengo, grazie alla quale arresterà Patrizio Peci e Rocco Micaletto.

Le Br sono sconfitte.

È il 1982, e Carlo Alberto Dalla Chiesa, viene nominato Vice Comandante Generale dell’ Arma dei Carabinieri. Il Generale.

Nello stesso anno sposa, in seconde nozze, Emanuela Setti Carraro e viene nominato Prefetto di Palermo con congedo dall’ Arma.

Si spera riesca ad ottenere gli stessi risultati ottenuti contro le BR, con Cosa Nostra.

Ma la situazione è cambiata in ogni senso: la mafia non è più solo Palermo, non è più lotta tra “viddani” e “stiddari”, la mafia è in Sicilia. Lo dirà il Prefetto, non senza risentimenti da parte di molti.

Così come ribadirà più volte l’altra grande diversità: la carenza di uomini e mezzi per combattere la mafia: “Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì”.

Il Prefetto tuttavia è un uomo capace e scomodo.

Elabora il “rapporto dei 162” a firma congiunta di Polizia e Carabinieri dove ricostruisce l’organigramma di 162 famiglie mafiose palermitane, corredate da prove e riscontri e trasmette gli atti alla Procura di Palermo.

A fine agosto, una telefonata anonima ai Carabinieri di Palermo, preannuncia l’attentato: “l’operazione Carlo Alberto è quasi conclusa, dico quasi conclusa”.

È una notte di settembre in Via Carini e la telefonata, triste presagio, diviene realtà.

Alle 21.35 del 3 settembre, un BMW affianca la A112 del Prefetto e 30 pallottole di AK47 il kalashnikov uccidono il Prefetto ed Emanuela Setti Carraro. Nel contempo una moto neutralizza l’agente di scorta Domenico Russo.

È la nostra seconda foto, che richiama subito la terza, il cartello.

Dalla Chiesa è stato lasciato solo e Palermo cade nello sconforto. La Palermo onesta.

Come racconterà la figlia Rita in un’intervista, usciti dalla chiesa furono avvicinati da persone che, piangendo, le chiesero scusa.

Ai funerali presero parte le più alte cariche dello Stato, ma solo Pertini fu esente da contestazioni. Agli altri furono riservate grida e monete (non sarà un fatto isolato, purtroppo).

Per l’omicidio vennero condannati Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco (il papa, quello che nel maxi processo augurò al Collegio “la pace), Pippo Calò (il cassiere di cosa nostra), Bernardo Brusca e Nenè Geraci, quali mandanti.

Nel 2002 sono stati condannati in primo grado (20 anni dopo!) come esecutori materiali Vincenzo Galatolo, Antonino Madonia, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci.

Concludo questa storia, che mi permetto di dire essere un sunto, dicendo che vivi testimoni sono i figli Rita Dalla Chiesa e Carlo Alberto (uno dei pochi a scrivere con il libro “il giudice ragazzino” , la storia di Rosario Livatino). E chissà che il prossimo anno uno dei temi non sarà proprio ERA MIO PADRE, dove verrà data voce ai figli, le memorie più dirette della storia di questi uomini e donne e figli che, certamente, avranno voglia di parlare di un genitore defunto, come tutti i figli che lo hanno perso.

 

Fonti tratte da http://www.carabinieri.it/arma/curiosita/non-tutti-sanno-che/d/dalla-chiesa-carlo-alberto

 

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Nardò 10 marzo 1951- Nardò 31 marzo 1984.
ASSESSORE ALLA CULTURA DEL COMUNE DI NARDO’ (Le).
Questa è la storia della breve vita di una ragazza, uccisa ad appena 34 anni e della sua terra, del suo mare. È la storia di Porto Selvaggio, che ne conserva la memoria, che esiste grazie alla sua morte.
Ha lo sguardo fiero Renata. Fissa l’obiettivo con aria di sfida. Con la forza dei suoi 30 anni ed il rigore della tipica donna salentina: quelle a cui da bambine insegnano a ballare la pizzica, a saltare come tarantolate, senza mai togliere gli occhi di dosso dal compagno che la seguirà e la corteggerà.
Di Renata si parla poco, anche se la sua eredità è pesante. È il classico eroe dimenticato a cui hanno dedicato un libro ed un film che mi colpì molto da bambino. Il suo volto fu prestato dalla bravissima Lina Sastri.
La sua storia è corta,ma bella, come piccolo e grazioso è il paese in cui ha inizio, Nardò, un connubio di barocco leccese e cantine dove mangiare, poco sotto Lecce, nella parte Jonica.
Nardò non è sul mare, ma il mare di Nardò, quello per cui darà la vita, è costellato da acqua cristallina e rocce a picco. Per arrivarci si costeggia una via dove si incontrano le famose ville di Nardò, un connubio di stile barocco ed arabo da lasciare incantati.
Renata era assessore alla cultura ed all’istruzione e lo è stata fino alla sera del 31 marzo 1984 quando, alle 9 di una sera di inizio primavera, quando da quelle parti inizia già ad assaporarsi l’estate, tre colpi di pistola la falciano davanti casa.
La storia finirebbe qui, con i colpevoli accertati, esecutori e mandante, che altri non era se non Antonio Spagnolo, compagno di partito e primo dei non eletti.
Ed allora il mare? La Corte di Assise di Lecce, nella sentenza di condanna ipotizza ulteriori soggetti mai identificati che dall’attività di Renata Fonte avevano solo impedimenti.
In modo particolare si è ipotizzato che fosse stata uccisa proprio per la sua opposizione ad attività di speculazione edilizia a Porto Selvaggio, il mare della foto, la meravigliosa baia.
Oggi Porto Selvaggio è parco naturale riconosciuto. È stata edificata una stele in suo ricordo. Nardò le ha dedicato una piazza ed è nato il “Centro antiviolenza Renata Fonte”, primo centro antiviolenza riconosciuto dal Ministero dell’Interno.
A lei è stato dedicato un film, dal titolo emblematico, “la posta in gioco”.
Qui si chiude la storia di Renata Fonte, ma mi permetto, umilmente, di chiedervi, se questa estate visiterete quei luoghi e la baia di Porto Selvaggio, se ammirerete il mare, di pensare a Lei, una giovane mamma con la memoria nel mare.
Fonte https://donnedellarealta.wordpress.com/…/renata-fonte-una-…/

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Canicattì 3 ottobre 1952 – Agrigento 21 settembre 1990.
MAGISTRATO.
Questa è la storia di un Giudice e di una scarpa.
Provate a pensare a cosa vi evoca una scarpa abbandonata.
Provate a collocare questa scarpa vicino ad una macchina ferma.
Una scarpa, qualcosa che ci consente di camminare, di andare avanti, di seguire un percorso.
Ogni volta che ci penso immagino un distacco improvviso. Immagino la perdita di equilibrio. Immagino la caduta.
Sembra strano, ma il dettaglio che mi ha colpito di questa vicenda è proprio la scarpa del Giudice Livatino, un mocassino, trovato in un punto di un campo semi bruciato dall’estate siciliana: la perdita di quella scarpa segnerà uno degli ultimi passi del Giudice Livatino.
Se fosse una storia a lieto fine, potremmo raccontarla dall’inizio, dettando i tempi dell’emozione che, via via, si va accrescendo.
Ma è una storia triste ed allora dobbiamo iniziare dalla fine, dalla mattina del 21 settembre 1990.
Quella mattina, come tutte le mattine, Angelo Rosario Livatino, figlio di una famiglia molto conosciuta, si sveglia presto nella casa dei genitori in Viale Regina Margherita a Canicattì, si veste e raccoglie tutte le sue cose per dirigersi verso il Tribunale di Agrigento, dove quella mattina, dovrà decidere sulle misure di prevenzione nei confronti dei boss di Palma di Montichiaro, un centro ad est di Agrigento. Rosario Livatino, infatti, è Giudice a Latere presso la sezione speciale misure di prevenzione.
Fa caldo, quel giorno, anche se, per il calendario, è appena iniziato l’autunno. Siamo in Sicilia e qui, le stagioni, sono sempre un po’ diverse dalle altre.
Il Giudice sale a bordo della propria auto, una ford fiesta rosso amaranto, ma prima si toglie la giacca e la appende sul sedile posteriore, dove verrà ritrovata, unico testimone di una quotidianità persa in pochi secondi.
Rosario Livatino ha 38 anni, ma ha la stoffa del Magistrato di lunga data.
Da 12 anni esercita ad Agrigento dove si occupa della mafia locale.
Ma di lei parleremo dopo. Perché questa è la storia di un Giudice e di una scarpa.
Percorre il solito tragitto la statale 640 che da Canicattì conduce ad Agrigento, la solita vita, fatta di lavoro, di una famiglia di genitori anziani e di una fervente fede. È un tipo schivo, il Giudice Livatino, come lo ricorderà anche il suo vecchio insegnante di religione.
A 4 chilometri da Agrigento, però, tutto cambia.
In realtà tutto è cambiato da molto prima, giorni, forse mesi, da quando qualcuno ha deciso che, quel giovane Magistrato, debba essere messo a tacere.
Ad un tratto l’auto del Giudice viene speronata da una fiat uno bianca, da cui partono colpi di pistola.
Contemporaneamente una moto di grossa cilindrata, una Enduro, inizia a sparare dalla parte posteriore, mandando in frantumi il lunotto posteriore dell’auto.
La fiesta del Giudice Livatino è ferma a bordo della statale 640, forse il Giudice tenta una retromarcia, forse finisce contro il guard rail perché speronata. Sta di fatto che il Giudice Livatino si trova in trappola.
È ferito ad una spalla, ma riesce ad uscire dal lato sinistro della parte anteriore, scavalcare il guard rail e correre con tutte le sue forze verso la vallata sottostante, fatta di erba e paglia bruciate.
Eccola, la scarpa. Nella corsa disperata, nel tentativo di salvarsi, Livatino perde una scarpa.
I killer al contrario, che poi si scoprirà essere ragazzini ventenni, mantengono una fredda lucidità: sparano, lo colpiscono, il Giudice Livatino cade a terra.
I killer, allora, lo raggiungono e lo finiscono e per accertarsi che fosse morto, iniziano a prenderlo a calci.
Sono, come verrà successivamente accertato, 4 sicari della Stidda, organizzazione criminale in contrasto con cosa nostra.
La storia potrebbe finire qui, ma non se di mezzo c’è un Giudice, in Sicilia, in piena guerra di mafia. Non se quell’omicidio rappresenta una vera e propria esecuzione mafiosa.
Mafiosa?
Sembra paradossale, ma negli anni 80 questa domanda se la facevano in molti ad Agrigento, comprese le forze dell’ordine.
La mafia è una cosa dei palermitani, si pensavano.
È una guerra stiddani-viddani, ma a Palermo, non in Sicilia.
Sbagliato, se è vero, come è vero, che nel 1987, 3 anni prima della morte del Giudice, un altro Giudice, stavolta istruttore, Fabio Salamone, stende una importante sentenza-ordinanza, dove si fa luce su tutta la mafia agrigentina.
La firma, tra gli altri, il sostituto procuratore Rosario Livatino.
La mafia ad Agrigento c’era, eccome, ed era una mafia potente, che estendeva i suoi tentacoli oltre oceano, sino in Canada.
Non solo: Livatino si era occupato anche di quella che sarebbe stata ricordata come la Tangentopoli Siciliana, individuando e scoprendo una fitta connessione tra mafia e strutture amministrative, caratterizzata da attività di corruzione.
Sarà uno dei primi Giudici ad interrogare un ministro dello Stato ed uno dei primi ad utilizzare la misura più potente contro i mafiosi: la confisca dei beni.
Ma nemmeno questo può essere il finale. Ancora è presto per chiudere la storia.
Durante l’agguato al Giudice Livatino, infatti, sopraggiungeva il Signor Pietro Nava, anche lui a suo modo eroe di legalità poiché le sue dichiarazioni consentirono di individuare gli esecutori ed i mandanti dell’omicidio.
Ho parlato poco del modo con cui spesso si ricorda il Giudice Livatino, ovvero Giudice Ragazzino.
Il motivo sta nel fatto che quell’espressione, poi prestata ad uso e consumo dei media, verrà utilizzata dall’allora Presidente della Repubblica Cossiga il quale dichiarerà: ” Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno…? Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta”, salvo poi, dodici anni dopo, scrivere ai genitori del Giudice definendolo un santo.
All’inizio avevo accennato ad un particolare, ovvero una fervente fede cattolica del Giudice. Nel 2011 è stato aperto il processo diocesano di beatificazione del Giudice Livatino.
È anche giusto ricordare altre 2 vittime di quella strada e della mafia: il presidente della prima sezione della corte di assise di palermo Antonino Saetta ed il figlio Stefano.
Concludo da dove ho iniziato: questa è la storia di un giudice ed una scarpa che ha camminato lungo una strada, formata dai risultati ottenuti dal Giudice Livatino e dal ricordo che non è mai morto nella comunità siciliana e nazionale, molto più lunga del percorso che qualcuno ha voluto interrompere.
Fonte: http://www.livatino.it/biografia.htm
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#rosariolivatino

Roma 20 febbraio 1926 – Roma 12 febbraio 1980. DOCENTE UNIVERSITARIO, DIRIGENTE DELL’AZIONE CATTOLICA, ESPONENTE DEMOCRISTIANO.
Questa è la storia di un uomo armato.
Un uomo armato che vive in una città armata negli anni in cui si muore dietro scuola, in un’università e si muore per mano di ragazzi poco più che adolescenti.
Le armi di cui dispone Vittorio Bachelet, tanto potenti e temute, sono armi che hanno in pochi.
Vittorio Bachelet è un docente universitario e politico e le sue armi sono la Cultura, l’Idea, la Parola ed una penna. Oltre ciò che tiene in mano e di cui è circondato: Libri.
Ha queste armi Vittorio Bachelet quando, il 12 febbraio 1980, nel mezzanino che dalle aule porta alle sale professori, viene ucciso con 7 colpi di Winchester calibro 32, da Anna Laura Braghetti di 27 anni e da Bruno Seghetti di 30 anni, in un agguato rivendicato dalle brigate rosse.
Muore lì, il Professor Vittorio Bachelet, proprio dove esercitava il suo potere con le armi tanto temute. Muore nella sua università, La Sapienza di Roma, assassinato accanto ad una attonita Rosy Bindi, sua assistente universitaria.
Muore a Roma Vittorio Bachelet, in una città funestata in quegli anni da morti legate alle idee, a semplici idee, pur se espresse da un ragazzo.
Si muore per mano della Brigate Rosse, si muore per mano di Ordine Nuovo, si muore perché qualcuno tira fuori una pistola e spara durante una manifestazione a chi la pensa diversamente o semplicemente spara per dimostrare. Si muore per un colore di bandiera.
Muore così ad esempio, nel 1975, Mikis Mantakas, studente di 23 anni afferente al MSI e muoiono così Stefano e Virgilio Mattei, di 22 ed 8 anni, nel rogo di Primavalle.
Fanno paura i ragazzi che pensano, figuriamoci un Docente Universitario e Politico.
La sua vita è la quella di un pensatore.
Scala rapidamente l’Azione Cattolica, in cui era entrato da giovanissimo, divenendo, per nomina di due Papi, prima vice presidente nazionale e successivamente, per 3 mandati, Presidente.
Ma Vittorio Bachelet è altro. È un Giurista, laureatosi nel 1947 con il massimo dei voti, nella stessa università che sarà poi la sua tomba, divenendo assistente volontario presso la cattedra di diritto amministrativo e, nel 1957 Docente Universitario.
Insegna diritto amministrativo prima alla scuola di applicazione presso la Guardia di Finanza e presso l’Università di Pavia, poi presso la facoltà di scienze Politiche di Trieste ed infine, dal 1974, diviene Professore di diritto pubblico dell’economia presso la facoltà di scienze politiche dell’Università la Sapienza.
Non solo: Bachelet, amico di Aldo moro, diviene consigliere comunale della Democrazia Cristiana.
Nel 1976, infine, con votazione plebiscitaria, dell’intero arco costituzionale che compone il Parlamento, viene eletto, come membro laico, Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, di fatto la seconda carica, dopo il Presidente della Repubblica, più alta del CSM.
Scrive il Professor Vittorio Bachelet, e le sue pubblicazioni divengono un fulcro nell’allora panorama accademico.
Tanto basta, a due trentenni, per condannarlo a morte.
Il legame con la magistratura, e la sua specializzazione in economia, la vicinanza al mondo cattolico, la possibilità di manifestare il proprio pensiero, l’intelletto di esprimere idee ascoltate da tanti. L’arma che spaventa.
Questa storia finirebbe qui se non fosse che all’inizio del racconto, abbiamo detto che Vittorio Bachelet era un uomo armato e potente.
E come tutti gli uomini potenti riserva una sorpresa. Resta in vita.
Perché il piombo uccide l’uomo, ma la cultura, e le idee, travalicano i confini della morte e restano in vita.

Fonte: http://www.rainews.it/…/Chi-era-Vittorio-Bachelet-Il-ritrat…

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Misterbianco 3 aprile 1938 – Catania 9 novembre 1995. AVVOCATO.
Questa è la storia di un Uomo e di un Avvocato. Un Avvocato Penalista.
Si conoscono bene, queste due persone, perché vivono nello stesso corpo anche se, delle volte, debbono prendere scelte diverse.
Lo sanno tutti gli Avvocati, glielo spiegano da quando iniziano.
Distacco, specialmente se sei un penalista, specialmente se, per lavoro, ti trovi a percorrere lunghe vie di buio: quelle dei tuoi assistiti nel tempo che loro ti aprono la porta di quella vita spesso senza luce.
L’Avvocato camminerà lungo quei sentieri, pronto a lasciare spazio all’Uomo, pronto a riprendersi la sua vita spesso lo specchio e la nemesi della vita dell’Avvocato.
È facile perdersi, in certi casi, perché il buio, te lo dicono, può essere affascinante, ma è solo un’illusione. Il buio resta buio.
È facile perdersi perché, molte persone che ti circondano, spesso vedono solo l’Avvocato, anzi, i suoi assistiti, ed in un baleno traspongono, su di te, il buio che visiti per lavoro cucendotelo addosso come un manto.
È facile perdersi, è lo è di più se sei un Avvocato penalista siciliano, che esercita la propria professione nel pieno degli anni di dominio mafioso, di quello strapotere che non conosce rifiuti, pronto ad ottenere tutto ad ogni costo, anche lasciare sull’asfalto vittime innocenti.
Devi essere un Uomo forte ed un Avvocato onesto: figure incarnate pienamente nell’Avvocato Serafino Famà.
La sua è una storia fatta di processi e famiglia dell’amore per la sua professione e dell’amore per l’onestà della stessa.
È una storia intrisa del peso della sua toga, giornate trascorse con ai lati le sbarre di quelle persone, spesso mafiosi che lui, con passione e devozione difenderà.
Ma sempre da Avvocato Libero.
Per questo cade l’Avvocato Serafino Famà, il giorno 9 novembre 1995.
Sono le 21 circa quando, come di consueto, l’Avvocato ed il suo collega Michele Ragonese, escono dal loro studio all’angolo tra Viale Raffaello Sanzio e Via Oliveto Scammaca.
Vengono esplosi 7 colpi di pistola e l’Avvocato Famà si accascia al suolo, per spirare alle 21.20 circa.
Muore l’Uomo, Muore l’Avvocato.
Per circa un anno e mezzo le indagini non condurranno ad alcun esito.
Fino al 6 marzo 1997 quando Alfio Giuffrida, affiliato e reggente del clan laudani, chiederà di collaborare con la giustizia.
Parla Laudani e fa i nomi.
Dichiara di aver osservato la scena dalla macchina, insieme a Fulvio Amante.
Fa i nomi degli esecutori materiali Salvatore Catti e Salvatore Torrisi e fa il nome del mandante, Giuseppe di giacomo, reggente del clan laudani che dal carcere ha dato l’ordine di eliminare l’Avvocato Famà.
Le ragioni sono da ricercarsi indietro nel tempo quando, di giacomo, era stato arrestato mentre era a letto con stella Corrado, moglie di suo cognato Matteo di mauro, anch’egli mafioso e difeso dall’Avvocato Famà.
Di Giacomo sperava che la Corrado potesse scagionarlo in un processo a carico di Di Mauro.
Ma tale scelta fu sconsigliata dall’Avvocato Famà, poiché prossima congiunta.
Di Giacomo era rimasto in carcere e contemporaneamente aveva emesso la sua sentenza di condanna a morte per l’Avvocato Serafino Famà.
Iniziano gli appostamenti, fino a quel giorno di un autunno novembrino.
Muore per questo Serafino e senza tentare di cercare molte parole, è bello riportare quelle della sentenza di condanna per gli imputati: ” Le risultanze processuali pertanto, per come sopra evidenziato, hanno dimostrato che il movente dell’omicidio in esame va individuato esclusivamente nel corretto esercizio dell’attività professionale espletata dall’avvocato Famà”.
Bellissime le parole della figlia Flaminia, in una lettera del 2009 che riporto a frammenti.

Sono passati 14 anni da quel 9 novembre del 1995 quando all’uscita dallo studio mio padre fu ucciso. Ucciso per dare l’esempio a chi, come lui, non intendeva ascoltare i “consigli” dei clienti. Nasce il 3 aprile del 1938 a Misterbianco in provincia di Catania. Mio padre era un avvocato penalista, non era solo un lavoro, lui ci credeva. Credeva nella giustizia, nel diritto di ogni uomo ad essere difeso, nella necessità di applicare e far rispettare la legge.”Onestà e coraggio”; se ti comporti con onestà e coraggio non devi avere paura di nulla mi diceva. Catania, 1995, una città difficile, intrisa di omertà, paura e accondiscendenza, purtroppo non molto distante dalla Catania di oggi…Il fatto scatenante è stato un processo che indirettamente coinvolgeva un’assistita di mio padre: questa donna era in casa con un uomo quando quest’ultimo viene arrestato, l’avvocato difensore dell’uomo ritiene fondamentale per la scarcerazione del suo cliente la testimonianza della donna, mio padre non lo ritiene opportuno e nonostante le richieste dell’altro avvocato dice alla sua assistita di non essere tenuta a farlo ed anzi pare che glielo sconsigli.. Mi piacerebbe che venisse ricordato per la sua onestà intellettuale, per il coraggio con cui difendeva ogni giorno le sue idee. Com’è cambiata la mia vita, come ho vissuto e vivo questo legame profondo… è un’altra storia.”
Alla sua memoria è stato dedicato, tra l’altro, un documentario: “Serafino Famà: storia di un avvocato”:
Questa è la storia di un Uomo e di un Avvocato,di un Padre e di un Avvocato, che ha dato ad un altro avvocato, piccolo, che sta scrivendo di lui, una lezione oltre la lezione stessa, insegnando che si può camminare nel buio senza vergogna, con una luce ad illuminarti il cammino.
Fonte: http://vittimemafia.it/index.php…
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Cinisi 5 gennaio 1948 – Cinisi 9 maggio 1978. GIORNALISTA, ATTIVISTA, POETA.
Nasce nel 1948 a Cinisi da una famiglia mafiosa: il padre, Giuseppe, era stato inviato al confino durante il periodo del fascismo. Lo zio ed altri parenti sono mafiosi. La zia di Peppino, sorella del padre, sposa Cesare Manzella, capomafia ucciso nel 1963 con il tritolo.
Peppino non dovrebbe nemmeno scegliere, ma lo fa.
E lo fa nel modo che non ti aspetti, in una famiglia mafiosa: rinnega la mafia. Non solo, la contrasta.
Per questo, ancora ragazzo, taglia ogni legame con il padre, che lo caccia di casa. Non può tollerare che il buon nome della sua famiglia, venga macchiato da questo figlio scimunito.
Non interromperà mai i legami con la madre, Felicia Bortolotta, ed il fratello.
Peppino è un personaggio colorato, ma deciso.
Fonda il giornalino “l’idea socialista”, e partecipa attivamente alla vita politica del suo paese, con il partito comunista.
Conduce, con i contadini, lotte contro l’espropriazione delle loro terre per la costruzione della terza pista dell’aeroporto. Si schiera a favore dei disoccupati.
Si fa sentire Peppino Impastato. Nel 1976 fonda, nel suo paese, il gruppo musica e cultura, dove organizza incontri, attività culturali, musica e teatro: i colori.
Ma il 1976 è anche l’anno della nascita di Radio Aut, una radio libera autofinanziata.
Con la radio Peppino Impastato può parlare a tante persone, anche se è una piccola radio.
Le parole si diffondono tra tante persone che si sintonizzano sul programma Onda Pazza.
Le persone ascoltano e sentono Peppino denunciare tutte le attività illecite perpetrate dai mafiosi di Cinisi e Terrasini.
Ascoltano dei traffici di droga e dei delitti, di cui è responsabile il capomafia locale Gaetano Badalamenti.
Perché Peppino non sta zitto. Peppino fa nomi e cognomi.
Tutti ascoltano, compresi loro, compre Don Tano.
Perché Peppino Impastato è un personaggio colorato e non può limitarsi a parlare. Peppino il mafioso lo deride apertamente.
Gaetano Badalamenti diviene Don Tano seduto ed il suo territorio mafiopoli.
Radio aut e posizionata al primo piano di un palazzo di Terrasini. Come tutte le radio trasmette musica e notizie, ma, soprattutto denuncia la mafia.
Sono solo una dozzina, i folli che decidono di trasmettere, ma la radio diffonde notizie, la radio diffonde coscienza, coscienza civica, su quella mafiosa.
È troppo. La notte tra l’8 ed il 9 maggio Peppino viene pestato a morte ed il suo cadavere legato ai binari della ferrovia con sotto del tritolo, per inscenare un attentato terroristico da parte sua.
Muore così Peppino Impastato. Ma questa è una storia colorata e non può finire.
Al momento dell’omicidio Peppino è candidato alle elezioni comunali che si sarebbero tenute a Cinisi. Contrariamente a quanto si sarebbe aspettato la mafia, Cinisi vive e lo vota, eleggendolo idealmente a consigliere comunale.
Non è solo un gesto simbolico, ma la continuazione di una lotta, di un messaggio di una lotta.
Lotta proseguita con forza dalla mamma e dal fratello di Peppino e dal centro a lui intitolato, il Centro Peppino Impastato.
Comprendono che l’omicidio ha matrice mafiosa e riescono a far istruire dal consigliere Rocco Chinnici un processo a carico di ignoti, ad esito del quale, viene emessa sentenza di condanna firmata dal consigliere istruttore Caponnetto.
Ma non si fermano. non vogliono. Il centro Peppino Impastato, nel 1986 consegna il dossier Notissimi Ignoti, dove indica e prova che alla base dell’omicidio di Peppino c’è Gaetano Badalamenti, ma il tribunale archivia.
Non si arrendono e decidono di continuare. Riescono a far riaprire il processo corroborati anche dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo che fa il nome di Gaetano Badalamenti.
Si chiude nel 2002 il processo a Gaetano Badalamenti, che viene condannato all’ergastolo.
Nel 2004 muore una donna che ha lottato: Felicia Bortolotta.
Qui si chiude questa storia.
Ma chi era Peppino Impastato?
La sua memoria è intrisa di ricordi.
Gli è stato dedicato un film, “I cento passi”, di Marco Tullio Giordana, che raccoglie la sua vita e di cui conservo la scena di questa donna, con l’abito del lutto, chiusa in casa e sola, perché non aveva più gli “amici”, essendosi allontanata dall’ambiente. Sente un rumore, apre la finestra e vede una folla di amici, di persone, che gridano “Peppino è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai”.
Una canzone, riassume tanto e la cantano i Modena City Ramblers di cui riporto qualche verso:
” Nato nella terra dei vespri e degli aranci, tra Cinisi e Palermo parlava alla sua radio,
negli occhi si leggeva la voglia di cambiare, la voglia di giustizia che lo portò a lottare,
aveva un cognome ingombrante e rispettato, di certo in quell’ambiente da lui poco onorato,
si sa dove si nasce ma non come si muore e non se un ideale ti porterà dolore. ”
Quindi chi era Peppino Impastato?
Un personaggio forte e colorato che ha affrontato la mafia senza armi, ma deridendola, dissacrandola, sbeffeggiandola. Trattandola come se fosse il fantoccio di carnevale.
Peppino Impastato è stato l’antitesi della mafia: al rispetto mafioso, rispondeva schernendola, all’omertà contrapponeva la denuncia, alla intimidazione, rispondeva correndo di più, all’ossequio, contrapponeva la satira.
Perché la mafia ha le armi, è vero, ma la sua forza è il timore che riesce ad incutere. Ma se finisce il rispetto, il mafioso è nudo. Può ucciderne uno, ma non tutti.
Questa è la storia di una scelta: la scelta di Peppino Impastato è stata quella di continuare a vivere grazie alle sue idee.
Fonte: http://www.centroimpastato.com/
#nottebiancadellalegalità

 

#peppinoimpastato

Roma 1944 – Formia 29 maggio 2015. AVVOCATO.
Questa è la storia di una storia.
Sembra uno strano gioco di parole, ma le storie spesso non raccontano solo se stesse, ma ne mettono in luce altre, che ci sono sempre state, ma che solo pochi conoscono.
È un o’ quello che capita quando vengono riportati alla luce dei reperti archeologici.
Sono sempre stati lì, magari solo a pochi metri di profondità, coperti da una città che per anni vive ignorandone l’esistenza.
Poi un giorno accade qualcosa, uno scavo, dei lavori, e ci si accorge del tesoro che era sepolto lì, sotto gli occhi di tutti.
La storia di Mario Piccolino è quella di un Avvocato di Formia, un paese in provincia di Latina, immersa nell’agro pontino del suolo laziale, ma con un piede nel territorio campano, da cui eredita alcune sfumature dialettali, il latte delle bufale e, purtroppo, il malaffare di quella parte brutta della Campania, la camorra.
Per comprendere meglio, basti ricordare che Carmine Schiavone, noto boss della camorra, una volta definì il territorio di Latina, “provincia di casale”.
Il pomeriggio del 29 maggio 2015, qualcuno, entrato nello studio dell’Avvocato Piccolino, ed accreditatosi ad un collega di studio come cliente, estrae la pistola e gli spara in testa.
È una storia ancora aperta, questa, in cui il sangue dell’Avvocato Piccolino è ancora caldo in terra.
Ma è una storia ancora in sospeso anche per fare il nome di colui che lo avrebbe ucciso perché, legalità, è anche presunzione di non colpevolezza fino a sentenza di condanna passata in giudicato.
Quello che sappiamo è che è stato arrestato un imprenditore originario di Caserta controparte in un procedimento civile in cui l’Avvocato Piccolino aveva assistito, a sua volta, l’altra parte processuale antagonista, vincendo il processo.
Il nome di questa persona, resta appannaggio dei giornali.
Una vendetta privata, sembrerebbe, estranea alla malavita, ma le indagini sono ancora in corso e dobbiamo fermarci qui.
Come ho detto, però, questa è la storia di una storia.
E le meta storia che emerge alla portata di una collettività più ampia della realtà locale in cui l’Avvocato Piccolino svolgeva la sua professione, è quella di un blog, un diario on line, chiamato emblematicamente freevillage.it, di lui era ideatore e su cui scriveva.
Denunciava, Mario Piccolino, e lo faceva senza peli sulla lingua.
Aveva denunciato, tra l’altro, l’attività di slot machine presenti a Formia, dove la stessa era stata vietata.
Ma, soprattutto, si era da sempre battuto per la presenza in città di due famiglie legate al clan dei casalesi.
Aveva inoltre spiegato sul blog l’iter di assegnazione del patrimonio confiscato ad un noto avvocato conosciuto come l’avvocato della camorra, titolare di interessi e di un ingente compendio immobiliare.
Non piaceva, l’Avvocato Piccolino, soprattutto a coloro che vedevano i loro nomi ed i loro affari, pubblicati senza giri di parole sul blog.
Per questo nel 2009, Angelo Bardellino, cognome molto noto nelle cronache campane, si era introdotto nel suo studio e lo aveva colpito in pieno volto con un crick.
Un’altra volta, invece, allo stesso erano state fatte ritrovare delle teste di pesce fuori dalla propria abitazione.
Due chiari messaggi, quindi: un avvertimento in pieno stile mafioso e l’ottima riuscita dell’attività di denuncia.
Ma le battaglie erano state tante, oggi chiuse in quel blog ormai oscurato, ma prima aperte a tutti coloro che avessero voluto accedervi.
Il punto, però è proprio questo e rappresenta la triste realtà di molti eventi: si conosce qualcosa o qualcuno solo quando è tardi.
Qui si chiude questa storia, anzi, le storie, con una riflessione: spesso si attribuisce molto spazio all’illegalità emersa, ma esiste una gran “quantità” di legalità sommersa, rappresentata da piccole grandi battaglie del tutto ignorate.
Eppure, per concludere da dove si era iniziato, come le grandi città antiche sommerse da metri di asfalto, anche questi gesti sommersi da milioni di notizie ed informazioni, rappresentano preziosi tesori.

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#‎mariopiccolino

C

Corleone 1921 – Corleone 28 gennaio 1978. AVVOCATO, VICE PRETORE ONORARIO DI PRIZZI.
Questa è la storia di un uomo giusto, di una morte dimenticata e di un’altra giustizia.
Debbono dividersi lo spazio questi tre protagonisti, anche se sono ormai quasi 40 anni che convivono.
L’uomo giusto è Ugo Triolo, avvocato civilista che, per circa 15 anni aveva svolto anche il ruolo di vice pretore onorario a Prizzi, vicino Corleone.
La morte dimenticata è la sua, basti pensare che, nell’oceano di parole e byte che affollano la rete, a mala pena si riesce a risalire all’età in cui fu assassinato. La sua data di nascita si perde, restando un particolare irrilevante.
L’altra giustizia è quella di chi ha emesso la sentenza che, quel freddo pomeriggio di un giorno di fine gennaio, lo lasciò a terra crivellato da 9 colpi di P 38, davanti al portone di casa.
Era conosciuto, Ugo Triolo, al punto che, prima di ammazzarlo, lo chiamarono due volte “Ugo, Ugo”.
Ugo Triolo, che stava per aprire il portone di casa con in mano due pacchetti ed al guinzaglio il suo fedele barboncino nero, si voltava agli occhi della morte.
La sua morte lasciava sgomente molte persone, perché Ugo Triolo era un personaggio riconosciuto e rispettato per il rigore e la giustizia delle sue decisioni, sia come Avvocato, che come Vice Pretore Onorario.
L’indomani, sul giornale di Sicilia,la sua figura veniva ricordata da quella che, esattamente un anno dopo, sarebbe caduta come vittima di mafia: Mario Francese: ” È un freddo pomeriggio del 26 gennaio 1978. L’avvocato Ugo Triolo sta per rincasare nella sua abitazione di via Cammarata, a Corleone. Ha appena premuto il bottone del citofono di casa quando, da dietro, qualcuno lo chiama. Il professionista si volta: due killer lo freddano con nove colpi di P 38. Moriva così Ugo Triolo, per quindici anni vice pretore onorario di Prizzi, uomo integerrimo che non aveva mai avuto nessun riguardo per i boss.”
Fermiamoci all’ultima parte del periodo: uomo, integerrimo che non aveva mai avuto nessuno riguardo per i boss.
Eccoli i primi due protagonisti: la giustizia di Ugo Triolo, che deriva dalla legge dello stato e l’altra giustizia, quella che non conosce alternative, quella che si impone col sangue e con il silenzio, la giustizia mafiosa.
Ma, come ho detto, i protagonisti di questa storia sono 3.
Dobbiamo conoscere quindi l’altro, la morte dimenticata.
Paradossalmente, infatti, per quanto l’eliminazione di Ugo Triolo abbia avuto risonanza, la sua morte ha conosciuto periodi oblio, di incertezza,di depistaggi e false dichiarazioni, di buio.
Inizialmente, la soluzione del caso sembrava prossima per via della dichiarazioni rese, nell’aprile del 1978 da Giuseppe di Cristina che faceva alcune rivelazioni e riconduceva la morte dell’Avvocato al suo rifiuto di vendere un terreno ai mafiosi di Corleone.
Ugo Triolo, infatti, aveva ottenuto la concessione trentennale di un terreno in cui scorrevano due sorgenti che avrebbero dovuto alimentare la diga di Piano Campo che sarebbe stata costruita.
L’appalto per la realizzazione di un progetto tanto imponente, aveva chiaramente attirato gli interessi del clan dei corleonesi di Luciano Liggio e, di conseguenza, il terreno di Ugo Triolo sarebbe stato indispensabile per il progetto.
Il suo rifiuto, sempre secondo le dichiarazione di di Cristina, aveva imposto l’applicazione dell’altra giustizia.
Tuttavia il movente paventato dal pentito non era mai stato provato dalla Procura di Caltanisetta e si era giunti così al 2000, giorno in cui Giuseppe Francese, figlio di Mario, ricostruiva su Repubblica questi fatti.
Un’altra versione, circa il movente dell’omicidio di Ugo Triolo, invece, sembrava ricondurre i fatti ad uno “sgarbo”, fatto ad un paesano di Prizzi.
Il pentito Di Carlo, infatti, raccontava che un tale Vallone di Prizzi, aveva chiesto a Bernardo Provenzano, di eliminare Ugo Triolo, reo di averlo ostacolato nella vesti di Pretore, in alcune vicende legate a reati edilizi.
Ed ecco una frase emblematica dell’altra giustizia, che sempre secondo le dichiarazioni del pentito, sarebbe stata pronunciata dal tale vallone: “Lui è avvocato, dovrebbe fare quello che dice il paesano e no quello che dice la legge”.
Si arriva così al 2003, quando una piccola parte di luce, toglie spazio ad uno dei tre protagonisti: la morte dimenticata.
Giovanni Tona, Gip di Caltanisetta, nel decreto di archiviazione nei confronti dei boss di Corleone, scrive: “Il vice pretore onorario viene eliminato nel periodo in cui più sfrenata e arrogante si era fatta la violenza dei “liggiani” per affermare la supremazia sul territorio” e continua: “Era di un certo prestigio a Corleone, era un proprietario terriero, apparteneva ad una famiglia di grossi possidenti e di professionisti, svolgeva il ruolo di magistrato onorario e come avvocato poteva essere nel paese il destinatario di richieste di consigli, anche non solo legali”.
e chiosa con una frase “«Una personalità dotata di un prestigio autonomo e non direttamente controllabile dalla criminalità locale”.
Qui finisce questa storia, con una piccola considerazione: è vero, si è trattato di un provvedimento di archiviazione, giusto se la verità storica non può essere confermata dalla verità processuale che non permette ancora di dare un nome ed un volto agli assassini di Ugo Triolo.
Ma è un provvedimento importante perché, dopo quasi 30 anni di silenzi, regala ad Ugo Triolo ed a tutti noi, qualcosa ineluttabilmente legato alla legalità: la memoria del giusto.
La storia non è conclusa, ma…questa è la storia di un uomo e di un’altra giustizia.
Fonte: http://vittimemafia.it/index.php…
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#‎ugotriolo

Palazzolo Acreide 15 settembre 1925 – Catania 5 gennaio 1984. SCRITTORE, GIORNALISTA, DRAMMATURGO, SCENEGGIATORE, SAGGISTA.
Questa è la storia di una mente libera.
Libera e contagiosa, di quelle che stanno strette anche a se stesse.
Una mente che scalpita, che non si ferma e vuole fare altro, di più.
Una mente capace di travolgere e sconvolgere, perché, uno così, forse un tempo era nel vaso dei venti che il dio Eolo consegnò ad Ulisse, ma poi qualcuno lo ha liberato e da allora nessuno lo ha più fermato.
Nessuno, nemmeno il piombo che, quella sera del 5 gennaio 1984, lo colpì lasciandogli 5 proiettili alla nuca.
Perché un intellettuale non lo fermi, figuriamoci una mente libera e contagiosa.
Pippo, come era conosciuto, nasce come giornalista.
O meglio, si laurea in legge, ma alla toga preferisce la penna, ed inizia subito a collaborare con alcuni giornali come Tuttosport e la Domenica del Corriere.
Nel 1956 viene assunto al giornale espresso sera dove, fino al 1980, sarà caporedattore. Curiosa, ma nemmeno troppo, per noi che sappiamo che mente era Pippo Fava, la risposta che fu data dall’editore del giornale, Mario Ciancio Sanfilippo, a chi gli chiedeva del perché avesse preferito, alla direzione del suo giornale, un altro giornalista.
Sembra che l’editore rispose che tale scelta era stata dettata dal fatto che Pippo Fava non era uno controllabile da chi comandava.
Ricordatemi se Ulisse, dopo aver aperto l’oncia dei venti, riuscì a controllare la nave…
Scrive di tutto Pippo Fava, anzi, sembrava diretto ad occuparsi di sport, anche se, le sue migliori interviste, a detta di molti sono quelle ad alcuni boss di cosa nostra.
Ma Pippo Fava sta stretto anche a se stesso.
Inizia a scrivere per il teatro: Cronaca di un uomo e La violenza, tutti vincitori di premi.
Non gli basta: i suoi spettacoli oltrepassano l’isola in tournèe e lui pensa bene di dedicarsi alla televisione. Sua la trasposizione di La Violenza.
Ma dalla celluloide torna alla cellulosa, stavolta con un romanzo: Gente di rispetto che, come una partita a tennis, passò al cinema, celluloide di nuovo, con l’omonimo film in cui recitò, tra gli altri, il grande Franco Nero.
Pippo Fava lascia espresso sera e si trasferisce a Roma, stavolta alla radio dove conduce un programma su radiorai.
Roma ha Il Tempo ed Il Corriere della Sera e le pagine di quelle testate, in quegli anni, portano anche la sua firma.
Dal suo romanzo, Passione di Michele, viene tratto il film Palermo o Wolfsburg che nel 1980 vince l’orso d’oro.
Nel 1980 accetta una scommessa e torna in Sicilia per dirigere il Giornale del Sud.
Sceglie da zero i cronisti, tutti giovani e con poca esperienza, che gli rimarranno fedeli in tutte le successive esperienze.
Il Giornale, preso in condizioni non ottimali, verrà ricordato come il giornale coraggioso.
Poche linee guida, le sue. Una su tutte: basarsi sulla verità per «realizzare giustizia e difendere la libertà».
In quel periodo inizia la sua attività di denuncia dell’attività di cosa nostra: come stesse scrivendo di sport, scrive di traffici di droga e del malaffare mafioso.
Dopo un anno qualcosa cambia: costruiscono una base missilistica a cui si era opposta, prende apertamente posizione a favore dell’arresto del boss Alfio Ferlito, e non condivideva le linee editoriali dei nuovi editori alcuni dei quali, si scoprirà poi, frequentavano i boss tra cui Nitto Santapaola, quello che, quattro anni dopo, lo avrebbe fatto ammazzare.
Pippo Fava resta senza lavoro e, con due macchine comprate grazie alle cambiali, acquista due rotative roland. Con loro e la squadra che non lo lascerà mai, nel 1982 fa uscire il primo numero della nuova rivista “i siciliani”, con cadenza mensile.
Il giornale diventa subito un manifesto antimafia.
Denuncia tutto, Pippo Fava, dall’ordinaria delinquenza all’ordinaria mafia, senza giri di parole.
Denuncia ed osa: osa anche toccare, nell’articolo “i quattro cavalieri dell’Apocalisse”, quattro cavalieri del lavoro, Carmelo costanza, Gaetano Graci (uno dei nuovi editori del giornale del sud), Mario Rendo e Francesco Finocchiaro, oltre ad un tale Michele Sindona che, negli anni, sarà l’eminenza grigia di alcuni tra i più importanti e sanguinosi fatti di cronaca. Uno su tutti il “suicidio” di guido calvi sotto il ponte dei frati neri a Londra e con le gambe che toccavano terra. Non uno qualsiasi, Sindona, quindi.
Questi cavalieri, imprenditori, sono apertamente accusati di essere legati al clan Santapaola e Pippo Fava lo dice.
Graci cerca in tutti i modi di comprare il giornale, ma non ci riesce.
La libertà di Fava, non si imbriglia, figuriamoci se si vende.
Il giornale va avanti, con le foto di Nitto Santapaola sbattute in prima pagina con imprenditori e politici locali.
È il 28 dicembre 1983 e Pippo Fava lascia la sua ultima intervista, ad Enzo Biagi: “Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante”.
Fava non lo nasconde, anzi, lo dice: la mafia è anche in alto, vestita con i completi ed il mocassino lucido.
È il 5 gennaio del 1984. Fava è a bordo della sua Renault e 5 proiettili calibro 7.65 lo lasciano esanime.
L’indomani, come nulla fosse, il giornale i Siciliani esce (vi lavorava anche il figlio) e si narra che molti giovani si presentarono dietro la porta per aiutare la distribuzione.
Chiunque fosse stato, e loro lo sapevano, non li avrebbe fermati, come non fermerà, 8 anni dopo, un altro giorno dopo, una studentessa di medicina dal nome Fiammetta Borsellino, dal sostenere l’esame di medicina
Muore Fava ed iniziano le indagini. I funerali erano stati semplici, con tanti operai e le istituzioni assenti.
Il Sindaco di Catania si auspica che vengano chiuse in fretta, sennò, dice, i cavalieri del lavoro emigreranno al Nord.
È un omicidio passionale, grida qualcuno. La mafia a Catania non esiste, risponde un altro.
Ma la magistratura ascolta, per fortuna, le accuse di Fava. Dopo circa 20 anni, nel 2003, la Cassazione pone definitivamente il punto sui responsabili.
Nitto Santapaola (mandante) e Aldo Ercolano (esecutore), ergastolo.
Maurizio Avola, che nel frattempo si era pentito ed aveva collaborato, 7 anni.
“A che serve vivere, se non c’è il coraggio di lottare?” e dopo la sua morte nessuno si è arreso.
È nata la fondazione fava e continua a vivere il giornale i siciliani anche se non è finanziato dallo stato.
Ogni anno viene istituito un Premio Nazionale “nient’altro che la verità: scritture e immagini contro le mafie.
Pippo Fava è stato ammazzato con 5 proiettili alla nuca, dove nasce il pensiero, per spegnere il pensiero.
Ma nemmeno Ulisse riuscì a gestire il dio dei venti, figuriamoci un mafioso una mente libera.

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#‎giuseppefava

Roma 24 maggio 1961 – Mogadiscio 20 marzo 1994. GIORNALISTA.
La sua è la storia di una sfolgorante curiosità, mista ad un innato intuito,che la porta, uscita dal liceo Tito Lucrezio Caro di Roma, a lavorare per i giornali Paese Sera e l’unità, prima di approdare alla redazione del TG3.
È una sveglia Ilaria, e colta.
Parla fluentemente tre lingue: francese, inglese ed arabo.
Per questo viene inviata spesso all’estero, presso teatri delicati, come quello della Somalia negli anni 90, dove imperversava una sanguinosa guerra civile.
È quella guerra che segue, Ilaria, insieme al suo operatore Miran Hrovatin.
Segue le azioni dell’operazione “Restor Hope”, coordinate dagli stati uniti ed a cui partecipano molte nazioni tra cui l’Italia, segue il dramma dei profughi e degli abitanti di quelle terre dove ci si ammazza tra fratelli.
Non sono sprovveduti, Ilaria e Miran.
Girano accompagnati da un autista e da una guardia del corpo.
Sono le 14.43 del 20 marzo 1994, quando l’agenzia Ansa, batte su tutte le televisioni questa notizia: “Somalia: uccisi due giornalisti italiani a Mogadiscio – Mogadiscio, 20 marzo – La giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e il suo operatore, del quale non si conosce ancora il nome, sono stati uccisi oggi pomeriggio a Mogadiscio nord in circostanze non ancora chiarite. Lo ha reso noto Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio da dieci anni”.
Ilaria e Miran, da giornalisti, divengono un caso, tutt’oggi con molti lati oscuri.
Si apre, infatti, da questo momento, una vicenda che riserverà tristi ed amare sorprese, ma soprattutto farà conoscere all’Italia uno di “quei” giornalisti.
Viene stabilito che Ilaria e Miran, vengono uccisi da colpi di kalashinov, mentre erano a bordo dell’auto guidata da un cittadino somalo e dal loro autista.
Si pensa ad una rapina, o meglio, sono molti a volere che la vicenda si concluda con una morte per rapina, d’altro canto siamo in un contesto in cui la legge è totalmente assente, in un paese fuori controllo ed i casi di delinquenza, anche tragici, come questo, possono accadere.
Ma iniziano ad emergere dettagli, il primo: in una rapina, con una guardia del corpo armata, neutralizzi per primo le persone disarmate, ma lasci indenni gli altri, tra cui, per l’appunto, un uomo a sua volta armato.
I corpi vengono spostati sull’auto di un tale Giancarlo Marocchino, un imprenditore che lavorava a Mogadiscio da anni. Il trasferimento avviene alla presenza di due giornalisti: Gabriella Simoni e Giovanni Porzio.
La stessa Gabriella Simoni, si reca in albergo dove raccoglie gli oggetti dei due giornalisti e chiede ad una troupe svizzera di filmare il tutto.
Un gesto molto importante perché all’arrivo in aeroporto dei bagagli di Ilaria e Miran, si scopre che i sigilli sono stati violati.
Il 23 marzo 1994 si svolgono i funerali di stato di Ilaria e Miran, ma ancora l’autorità giudiziaria non si è attivata. Lo farà su sollecito dell’autorità cimiteriale.
Sul corpo di Miran viene effettuata l’autopsia, mentre su quello di Ilaria un esame esterno.
Ci si accorge subito che qualche altra cosa non torna: sono scomparse le cassette di Miran, ed i taccuini di Ilaria, quelli su cui annotava tutto. In italia arrivano solo due bloc notes intonsi.
Arriviamo al 1996, due anni dopo, quando, dopo numerose perizie balistiche, un pool di consulenti stabiliscono che il colpo è stato sparato a bruciapelo, da vicino: esecuzione. Per anni si era parlato di un colpo sparato dal lontano.
Viene appurato che i due giornalisti stessero da tempo, seguendo la pista di un traffico internazionale di rifiuti tossici da seppellire nei paesi poveri dell’africa in cambio di armi e tangenti.
Ad, asti, nel 1996, tra l’altro un pm indaga sul traffico internazionale di rifiuti tossici ed armi, tra Italia e la Somalia, sembra (fonte l’osservatorio per l’informazione Ilaria Alpi) avere elementi sufficienti che dimostrino che la morte di Ilaria e Miran sia stata un assassinio.
Nel 1998, a 4 anni dalla morte, viene arrestato il somalo Hashi Homar Hassan, con l’accusa di omicidio di Ilaria e Miran. Assolto in primo grado, dal Tribunale di Roma, verrà condannato in Appello a 26 anni di reclusione, divenuti definitivi.
L’accusa si fonda tutta sulla testimonianza di Ahmed Ali Rage, detto “Gelle” il classico “personaggio controverso” dei misteri d’Italia.
Lo stesso, infatti, prima testimonierà contro Hassan, ma poi verrà processato per calunnia.
Nel frattempo, su indicazione e sollecito della famiglia Alpi, viene istituita una commissione parlamentare di inchiesta, nel 2003 che nel 2006 concluderà con una relazione di maggioranza dove si affermerà che l’omicidio di Ilaria e Miran è stato solo il frutto di una rapina finita male.
Nel 2007 viene riaperto il caso Alpi alla ricerca degli altri responsabili, ma il Pubblico Ministero chiede l’archiviazione, bocciata dal Gip che afferma che si è trattato di un omicidio su commissione, con l’intento di far tacere i due reporter ed evitare che le loro scoperte sui traffici di armi e rifiuti venissero rese note. Queste le conclusioni del giudice italiano dopo aver letto le migliaia di pagine relative al caso Alpi-Hrovatin.
Arriviamo al 2013, quando il Presidente della Camera, avvia le procedure per desecretare gli atti della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Alpi-Rovatin.
L’11 aprile 2015 va in onda su rai 3 un docu-film sulla morte di Ilaria e Miran dove si ipotizza che stessero seguendo un traffico d’armi americano.
Nel frattempo, il principale accusatore di Hassan, Gelle, nel corso della trasmissione televisiva di rei 3 “Chi l’ha visto”, dichiara di essere stato costretto a fare un nome, quello per l’appunto di Hassan. I difensori di Hassan hanno presentato istanza di revisione ed il nuovo processo si aprirà ad aprile.
Non possiamo concludere con la frase “qui finisce”, perché la verità ci dice che è una vicenda ancora lunga in cui, triste usanza degli anni 90, sembra dovessero scomparire agende e taccuini. Da Palermo, 1992, dove si vaporizzò l’agenda rossa di Paolo Borsellino, a Mogadiscio 1994, dove sono stati fatti sparire nel nulla i documenti di Ilaria e Miran.
È difficile concludere qualcosa che non ha fine. Credo sia giusto farlo con i versi di una canzone, dedicata ad Ilaria Alpi ed idealmetne estesa a Miran, a testimonianza della passione e della capacità, ad ogni costo, oltre ogni limite.
“Dicevi: è un mestiere bellissimo,catturo la vita ed è mia che cosa mi può mai succedere? al massimo mi sparano”.
Fonte: http://www.ilariaalpi.it/

 

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Saponara 3 luglio 1968 – Villafranca Tirrena 12 dicembre 1985. VITTIMA DI MAFIA.
Questa è la storia di due silenzi.
Il primo, è il silenzio del decoro, dello sconcerto, del rispetto.
È quel silenzio che si osserva quando le parole sono solo una sgradevole sovrastruttura, quando parole non ne hai, perché non ci sono, non ne esistono.
Il secondo è il silenzio meschino dell’omertà, della reticenza, della complicità, della connivenza.
Nel mezzo di questa afonìa c’è lei, riversa a terra in un luogo dove, se non fosse passato per primo un signore, forse sarebbero arrivate le bestie, a far scempio di questo corpo esanime.
Ha una maglietta, pantaloni neri ed un giubotto rosso e 5 proiettili di lupara calibro 12 conficcati sulla mano e sul braccio, ultimo disperato tentativo di difesa, all’addome, alla spalla, alla testa ed al petto.
Si chiama Graziella Campagna, la cercano da 2 giorni ed ha solo 17 anni, una ragazzina.
Perché Graziella, ragazzina, lo è davvero.
Perché siamo nei primi anni 80, quando chiedi il permesso per uscire e non torni dopo le 10. Perché siamo in un piccolo paese nel messinese dove certe condotte si sentono di più.
Perché lei, davvero, la vita la conosce in quella piccola lingua di terra che dal suo paese la porta a Villafranca.
Vive in una famiglia numerosa, ha altri 6 fratelli tra cui Pietro, che fa il carabiniere a Reggio Calabria ed è l’altro eroe straziato di questa storia.
Graziella ama lavorare a maglia e vuole aiutare la famiglia.
Per questo abbandona gli studi e risponde all’annuncio di lavoro presso una lavanderia a Villafranca, dove guadagna a nero 150 mila lire.
La mattina prende la corriera e la sera, allo stesso punto, la prende nel verso opposto.
Pochi chilometri, la mamma la aspetta alla fermata.
Una vita normale, senza sbavature.
C’è un ragazzo, si chiama Franco, è venuto a casa di Graziella per chiedere ai genitori il permesso a fidanzarsi con lei.
Ma non c’è stato nulla.
È la sera del 12 dicembre 1985 e come ogni sera Graziella finisce di lavorare e si avvia alla fermata della corriera.
La mamma la aspetta, ma la corriera si ferma a Saponara ed è vuota.
Parliamo di Graziella, una ragazza semplice, perfino prevedibile, per questo alla famiglia non è concesso nemmeno quel narcotico di speranza di credere che arriverà, che si sia intrattenuta con gli amici, che prenderà la corrierà dopo, che, qualsiasi cosa sia possibile.
No, la famiglia si allarma subito e si precipita a Villafranca.
Va dalla signora franca, la titolare che le dice di averla vista aspettare la corriera.
Allora insieme al marito della signora franca, il signor Romano, vanno dai carabinieri a denunciare la scomparsa.
Il maresciallo dei carabinieri li rassicura: è una fuitina. Graziella è scappata con un ragazzo, come si usava all’epoca, quando ci si voleva sposare.
Si scappava, si stava qualche notte fuori ed al rientro, si organizzava un matrimonio riparatore.
Ma l’unico ragazzo con cui avrebbe potuto farla, la fuitina, è Franco e sta a casa, lo rintracciano a casa.
Una testimone dice di averla vista salire su un’auto. Una fuitina.
Ne è talmente sicuro il maresciallo, che l’indomani si prende un giorno di ferie.
Nel frattempo i genitori di Graziella avvisano Pietro, il fratello, che vive a Reggio Calabria e fa il carabiniere.
Pietro arriva l’indomani ed inizia la sua indagine.
Ripercorre la strada, ascolta i proprietari della lavanderia, batte campi e torrenti con una moto che si è fatto prestare da un cugino.
Va addirittura da franco e lo affronta, lo intimidisce, ma franco ribadisce che no, lui Graziella l’ha vista solo alla fermata.
Il maresciallo però la pensa diversamente, anzi: quando Pietro ritorna in caserma trova un uomo, che il maresciallo gli dice essere un colonnello.
Il maresciallo è contrariato da questo atteggiamento e dal fatto che si è rivolto alla polizia.
Pietro non si arrende e durante la ricerca, in un chiosco, vede arrivare trafelato un uomo che dice che, al Forte Campone, vicino Villafranca, c’è un cadavere.
Pietro sale e la vede. Riversa a terra, ammazzata come il peggiore dei criminali, ma lei ha solo 17 anni e con i criminali non c’entra nulla.
Franco viene messo sotto torchio, ma nulla, lui non c’entra.
Solo diversi anni dopo, in un vuoto temporale che sembra abbia inghiottito Graziella e la sua vita tra le fauci dell’oblio, si riescono a ricostruire i fatti.
Entrano in scena tre personaggi: Gerlnado Alberti junior, nipote latitante del boss Gerlando Alberti, Santo Sfameni, un mafioso con contatti tra le diverse sfere della società e Giovanni Sutera.
Sono tutti e tre mafiosi di Messina.
Gli investigatori scoprono che Graziella, mentre lavorava, aveva tirato fuori dalla giacca di un tale ingegner cannata, un foglietto dove era scritto che lui era Gerlando Alberti junior.
Franca, la proprietaria della lavanderia glielo aveva tolto, quasi strappato di mano.
Nel frattempo, Gerlando Alberti mentre era dal barbiere, si era accorto di aver perduto quel porta documenti in cui era contenuto il prezioso foglietto. Era corso alla lavanderia, ma non aveva recuperato nulla se non un santino.
Graziella nemmeno sapeva cosa fosse quel foglietto, se non che lo stimato ingegner cannata, era un’altra persona. Lo aveva detto anche a casa, ma era finita anche perché Graziella, non sapeva nemmeno cosa fosse la mafia.
Ma questo non era bastato: era una testimone, una ragazzina per di più sorella di un carabiniere.
Andava eliminata come il peggiore dei nemici. Ed al diavolo che era solo una ragazzina.
È il 1989, Gerlando Alberti e Giovanni Sutera, vengono rinviati a giudizio.
Il pm, però si accorge di una nullità e gli atti tornano indietro.
Nel frattempo si avvede della loro innocenza e chiede, ottenendo, il proscioglimento.
Liberi.
Ma qualcosa succede. Succede che i collaboratori di giustizia parlano e raccontano di come Santo Sfameni, l’altro nome, faccendiere, avesse amicizie e poteri così elevati da potersi permettere di corrompere pubblico ministero, giudice istruttore e presidente di corte d’assise per aggiustare il processo a favore degli Alberti. Per questo verranno processati.
Ecco cosa era successo.
Nel 1996 le indagini vengono riaperte ed il processo segue il suo corso avvicinandosi ai nostri giorni.
È il 2009 e la Cassazione conferma la sentenza della corte di assise di appello di Messina con cui vengono condannati all’ergastolo.
Non solo: una condanna di due anni è inflitta anche alla signora franca, proprietaria della lavanderia ed agata, per favoreggiamento. Sapevano tutto ed hanno taciuto.
Qui si chiude questa storia, grazie alla tenacia ed all’amore di Pietro Campagna, un uomo che si è sempre battuto per non far morire il ricordo di Graziella, una ragazzina, vittima innocente di mafia, uccisa dal piombo e dalla vergognosa omertà di chi, invece, avrebbe dovuto proteggerla.
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Palermo 2 marzo 1906 – Palermo 5 maggio 1971. MAGISTRATO. PROCURATORE DI PALERMO.
Questa è una storia semplice.
È un corpo, riverso sul volante della sua auto,una Fiat 1500 crivellata di colpi.
È il corpo del Procuratore di Palermo, Pietro Scaglione.
Ha 65 anni, è appena uscito dal cimitero dove riposa sua moglie e da poco è stato assegnato alla Procura di Lecce. Non vedrà mai il mare salentino.
Ma già qui dobbiamo ricordare che non è solo quello, è altro.
I corpi sono due: c’è anche quello di Antonino Lo Russo, l’agente di custodia ucciso simultaneamente.
È stata la mafia, si dirà, anni dopo.
È stato Liggio, sussurreranno i collaboratori di giustizia, ma ancora è presto.
Li inchiodano lì, per sempre, come inchioderanno alla paura, per molto tempo, una intera città, una città colorata dalle ville liberty che personaggi come Salvo Lima e Vito Ciancimino, stanno letteralmente distruggendo in quello che, anni dopo, verrà ricordato come il sacco di Palermo.
Questo, infatti, è il primo omicidio eccellente di un magistrato.
Negli anni Palermo verrà privata di tanti punti di riferimento, come Rocco Chinnici, Rosario Livatino, fino ad arrivare a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
La vita di Pietro Scaglione è una vita normale se non fosse che, nel corso degli anni, incontrerà tanti uomini straordinari che, alcune volte, pagheranno come lui con la vita.
Pietro Scaglione inizia subito ad occuparsi di mafia, quando ancora era legata al banditismo ed alla figura del bandito giuliano.
Contro di lei, come farà per quella dei Liggiani, spenderà, nelle requisitorie, parole durissime.
Si occupa anche della morte del sindacalista Salvatore Carnevale, in un processo che vede, come difensore di parte civile, l’Avv. Sandro Pertini e come difensore degli imputati l’Avv. Giovanni Leone. Proprio loro. Spesso in pochi metri può racchiudersi la magnificenza che non trovi in ettari.
Nel 1962 diviene procuratore di Palermo e continua la sua lotta alla mafia.
Chi fosse Pietro Scaglione ce lo racconta un’altra grande figura, anche lui in prima linea nella lotta a cosa nostra, Mario Francese.
Il giornalista, di lui scrive: “fu convinto assertore che la mafia aveva origini politiche e che i mafiosi di maggior rilievo bisognava snidarli nelle pubbliche amministrazioni”.
Perché per Scaglione, il mafioso, non è solo un uomo rude ed ignorante, ma uno che si veste di tutto punto e siede ai vertici delle istituzioni.
Per questo inquisisce Salvo Lima e Vito Ciancimino, quelli del sacco di Palermo.
Non solo: indaga sulla strage di Ciaculli, dove morirono 5 uomini dei carabinieri e 2 dell’esercito e grazie all’ufficio istruzione di Palermo, guidato da un’altra vittima di mafia, Cesare Terranova, “le organizzazioni mafiose furono scardinate e disperse”, come si legge nella relazione conclusiva della commissione antimafia del 1976.
Arriviamo così a quel giorno di maggio del 1971 in cui, la vita del Procuratore di Palermo, diventa storia.
Ma non è finita.
Perché questa è una storia bianca, quindi colorata, e tra i colori ne troviamo anche uno a tinte scure: è il colore che ha la macchina del fango, quello sporco scuro meccanismo che si attiva per screditare qualcuno.
La macchina del fango, per Pietro Scaglione, è datata 1976 ed è contenuta nella relazione di minoranza della commissione antimafia di quell’anno.
E così, mentre la maggioranza lodava il Procuratore Scaglione, Giorgio Pisanò, gli attribuì la colpa della fuga e della latitanza di Luciano Liggio, anzi no, peggio. Insinuò che fosse stato lo stesso Procuratore a favorirla.
Un colluso, insomma. Quanto di peggio si possa dire ad un uomo dello stato.
Le indagini del Consiglio Superiore della magistratura, tuttavia, avevano già dimostrato che Scaglione non aveva alcuna colpa.
Qualche anno dopo, una serie di magistrati, saranno definiti “professionisti dell’antimafia”, in tono più che denigratorio e, guarda caso, anche loro erano in prima linea nella lotta a cosa nostra: i magistrati del pool di Falcone.
Quanto ai responsabili si dovrà attendere il famoso colloquio tra il boss dei due mondi, Giovanni Buscetta e Giovanni Falcone.
Buscetta definì Scaglione “un magistrato integerrimo e spietato persecutore della mafia” per questo l’omicidio fu organizzato da Luciano Liggio e Salvatore Riina.
Anni dopo, un altro pentito, Antonio Calderone, disse che la morte di Scaglione si inseriva in quella strategia della tensione che la mafia ed alcune istituzioni deviate, vollero usare per prepararsi al fallito Golpe Borghese, quello guidato dal principe Junio Valerio Borghese.
Liggio, per l’appunto, decise di colpire Pietro Scaglione sembra perché aveva mandato al confino sua sorella, poco dopo che lui era fuggito da Roma e si era dato alla latitanza.
Indizi, certo, ma non prove, tanto che, nel gennaio 1991, il Giudice istruttore di Genova che si stava occupando del caso, dichiarò di non doversi procedere.
Lo ricorda così, Pietro Grasso: “Ero appena entrato in magistratura. Appresi la notizia mentre ero pretore a Barrafranca, in provincia di Enna. L’impressione e lo sgomento tra i colleghi fu enorme. Era il primo magistrato siciliano a cadere sotto il piombo dei mafiosi. Erano altri tempi. Ricordo che un giornale nazionale, se non erro il “Giorno” di Milano, titolò. “Sangue sulla toga”. Ricordo le prime campagne di delegittimazione sulla figura del magistrato. Ricordo che circolarono certe voci per gettare ombre sulla sua attività: calunnie poi categoricamente smentite dalle indagini successive. Scaglione aveva sempre tenuto un atteggiamento coerente e rigoroso nei confronti di una criminalità che allora era ancora difficilmente decifrabile come mafiosa. Ovviamente, trattandosi della morte di un magistrato, indagò un’altra autorità giudiziaria Genova. Posso solo dire che, all’epoca di quel delitto, Cosa Nostra era governata da quel triumvirato di cui faceva parte anche Luciano Liggio. Parecchie fonti hanno confermato che quell’esecuzione fu decisa ed eseguita personalmente da Luciano Liggio per un suo astio personale. Scaglione propose Liggio per il soggiorno obbligato, ma il boss riuscì a scappare in tempo da una clinica di Roma dove era ricoverato, rendendosi latitante. Il procuratore a quel punto riuscì a spedire al confino, sia pure per brevissimo tempo, una delle sorelle del boss. La sorella nubile che non era mai uscita da Corleone in vita sua… Liggio ebbe buon gioco a dipingere il suo nemico come un persecutore che, non potendo colpire lui, si era accanito contro una giovane donna innocente. La mattina dell’agguato, come ogni giorno, Scaglione si recava al cimitero dei Cappuccini nel centro della vecchia Palermo, per deporre un mazzo di fiori sulla tomba della moglie, accompagnato da Lo Russo, un agente di custodia. L’auto dei killer tagliò loro la strada. La guidava Pino Greco “Scarpuzzedda”, della famiglia di Santa Maria di Gesù. A bordo c’era anche un uomo d’onore di Porta Nuova, territorio in cui veniva commesso il delitto. E secondo tantissime ricostruzioni, anche Luciano Liggio che avrebbe addirittura sparato a Scaglione. Liggio, dal canto suo, fin quando rimase in vita, si difese dicendo che la tubercolosi ossea non gli avrebbe permesso una simile performance. Ma le malattie dei mafiosi molto spesso sono un alibi”
Potrebbe essere finita qui, ma c’è un particolare che ci permette di conoscere ulteriormente questa figura.
Pietro Scaglione, infatti, era molto attivo nel volontariato e divenne presidente del consiglio di patronato per le famiglie di carcerati ed ex detenuti, promuovendo e realizzando la costruzione di un asilo nido.
Un uomo, quindi, non legato solo a un ruolo, ma a principi costituzionali che gridano di guardare sempre anche dall’altra parte

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Castelnuovo Nigra 6 giugno 1901 – Torino 28 aprile 1977. AVVOCATO. PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI DI TORINO.
Questa è una storia di dovere e di senso del dovere.
Della sua vita, fino al 1976, sappiamo poco, se non che fosse un Avvocato civilista del Foro di Torino e, dal 1968, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino.
Fermiamoci qui.
Facciamo un salto di 8 anni, ed arriviamo proprio al 1976, e precisamente al 17 maggio di quell’anno.
Siamo nell’aula della Corte di Assise del Tribunale di Torino e c’è un processo.
Non è un processo qualunque.
Alla sbarra ci sono Renato Curcio, Alberto Franceschini, Paolo Maurizio Ferrari e Prospero Gallinari. Sono conosciuti, l’Italia li conosce.
Sono accusati di molti omicidi, anche eccellenti, hanno terrorizzato il Paese macchiandolo del rosso di tanti innocenti e solo grazie al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ed alla sua squadra sono stati catturati.
Questi ragazzi, altri non sono, se non alcuni dei componenti ed i vertici delle brigate rosse.
Durante l’udienza, Maurizio Ferrari, a nome di tutti gli imputati legge un comunicato: “ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse. E come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata presente e futura. Affermando questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo. Gli imputati non hanno niente da cui difendersi. Mentre al contrario gli accusatori hanno da difendere la pratica criminale antiproletaria dell’infame regime che essi rappresentano. Se difensori, dunque, devono esservi, questi servono a voi egregie eccellenze. Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai nostri avvocati il mandato per la difesa e li invitiamo, nel caso fossero nominati d’ufficio, a rifiutare ogni collaborazione con il potere”.
La nostra storia inizia con questa frase.
Erano soliti, i membri delle BR, leggere documenti, ma qui accade qualcosa.
Gli imputati revocano i loro difensori di fiducia, si proclamano colpevoli ma, soprattutto, invitano tutti i futuri difensori nominati di ufficio a rifiutare il mandato.
Sembrano episodi di prassi nei tribunali, comprese le dichiarazioni farneticanti del soggetto di turno.
Nulla di eclatante, si va avanti.
Il Presidente della Corte di Assise, constata l’assenza di difensori di fiducia, seguendo la procedura richiede al Consiglio dell’Ordine di indicargli i nominativi dei difensori di ufficio che hanno l’obbligo di legge, e qui il dovere, di assistere soggetti coinvolti in procedimenti penali, indagati o imputati che siano, privi del difensore di fiducia.
Vengono quindi nominati nuovi difensori di ufficio.
È qui che accade qualcosa: gli imputati precisano che “qualora i difensori accettassero la nomina saranno ritenuti come collaborazionisti del regime, con le conseguenze che ne potranno derivare”.
Una minaccia di morte senza giri di parole a tutti coloro che avessero, in seguito accettato il mandato difensivo.
Il 24 maggio 1976 nel corso della seconda udienza, i difensori di ufficio precedentemente nominati rimettono il mandato, temendo ripercussioni. Il dovere.
È qui che conosciamo Fulvio Croce.
Il codice di procedura penale di allora, infatti, all’articolo 130 prevedeva che, qualora vi fosse stata difficoltà a reperire difensori di ufficio, fosse il Presidente del Consiglio dell’Ordine ad assumere la difesa.
E, difficoltà, evidentemente, ve ne erano, visto che, se si fosse continuato con la nomina di avvocati di ufficio, gli stessi avrebbero sistematicamente rimesso il mandato ed il processo avrebbe subito continue interruzioni.
Fulvio Croce assume l’incarico e nomina gli altri consiglieri difensori di ufficio degli altri imputati.
Tra loro Franzo Grande Stevens, un nome che risuonerà negli ambienti sportivi torinesi.
25 maggio 1976: il processo riprende e riprendono i comunicati delle BR. Stavolta sono minacce dirette a Fulvio Croce ed agli altri difensori.
“Gli avvocati nominati dalla corte sono di fatto degli avvocati di regime. Essi non difendono noi, ma i giudici. In quanto parte organica ed attiva della contro-rivoluzione, ogni volta che prenderanno iniziative a nostro nome agiremo di conseguenza”.
E così fanno: nel corso dell’udienza e di quella del 26 maggio, ogni volta che i difensori prenderanno la parola, saranno insultati e minacciati.
Arriviamo all’udienza del 7 giugno 1976: l’ Avvocato Grande Stevens, negli interessi degli imputati, prova a sollevare un’eccezione di costituzionalità dell’articolo 130 del codice di procedura penale, richiamandosi alla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, e asserendo che, effettivamente, gli imputati possono rimanere senza difesa ma con il difensore che sia garante della legalità, ovvero riduca i margini di errori di un soggetto senza le competenze giuridiche per difendersi.
Nel frattempo, però, l’8 giugno, le brigate rosse hanno ammazzato anche il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Genova, Francesco Coco e due agenti di scorta, ed il Presidente della Corte di Assise,all’udienza del 9 giugno dove gli stessi imputati rivendicano l’omicidio, ritiene l’eccezione infondata.
Il processo si fa.
È il 28 aprile 1977, piove a Torino. È passato quasi un anno dall’inizio del processo.
Fulvio Croce è appena sceso dall’auto con le sue due segretarie.
Angela Vai, brigatista, le fa allontanare ed atri due uomini, Rocco Micalette e Lorenzo Betassa, chiamano l’avvocato per nome, scaricandogli il caricatore della Nagant m 1895 e lasciandolo a terra esanime.
Muore così l’Avvocato Fulvio Croce. Muore come morirà 2 anni dopo per altra mano Giorgio Ambrosoli.
Vittima di una promessa malata e psicotica.
Eccola la differenza tra dovere e senso del dovere. Era un Avvocato, Fulvio Croce, che ha agito per rispetto della legge, ma per rispetto soprattutto di ciò che ha giurato prima di indossare la toga, che ha scelto di essere, in quella meravigliosa empatia che, spesso, ti porta a guardare a lei non come uno strumento del mestiere per vivere, ma come vita stessa .
Uomo di legge lui, come tanti, come Umberto Ambrosoli, per la legge, ma oltre la legge, perché nella vita.
Questa storia termina con il messaggio dell’encomio ricevuto, la medaglia d’oro al valor civile.
“Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati e procuratori di Torino, si distingueva, nell’assolvimento dell’incarico, per il profondo impegno, l’appassionata dedizione e l’alto senso morale. In un momento particolarmente delicato per l’integrità delle istituzioni repubblicane, noncurante delle minacce di morte ricevute, procedeva egualmente, onde non rallentare il corso di un processo, alla nomina dei legali d’ufficio per gli appartenenti ad una pericolosa organizzazione eversiva, dimostrando grande coraggio e assoluta fiducia nella forza della legge. Cadeva vittima di un vile attentato, sacrificando la vita in difesa dello Stato democratico. Torino, 28 aprile 1977”.
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Roma 8 luglio 1593 – Napoli 14 giugno 1653. PITTRICE ITALIANA.
Questa è la storia di un cammino.
Questo cammino inizia circa 6 secoli fa, precisamente nel febbraio del 1612 presso il Tribunale dell’inquisizione di Tor di Nona.
Inizia con un processo per stupro ai danni di una ragazza di 18 anni.
Fa la pittrice a Roma, ha il padre, Orazio, anch’egli pittore.
Da lui riprende la passione, ma da Caravaggio lo stile che la porterà a diffondere la scuola caravaggesca a Napoli.
Si chiama Artemisia Gentileschi.
Il padre, Orazio, nel 1612, denuncia Agostino Tassi, per lo stupro della figlia, Artemisia, avvenuto circa un anno prima, nel 1611, il 6 maggio.
Tassi è un pittore paesaggista, di passaggio a Roma, che frequenta spesso la casa dei Gentileschi.
Tassi e Gentileschi sono amici, almeno fino all’inizio del processo, nel febbraio del 1612.
C’è un particolare, in questo cammino un primo,: la denuncia viene sporta un anno dopo i fatti e ciò contribuirà negativamente a ledere la figura di Artemisia, accusata di aver inventato tutto solo per farsi sposare.
Artemisia, sotto giuramento, all’inizio del processo, racconta dei corteggiamenti di Tassi a Tuzia, coinquilina della casa dei Gentileschi.
Racconta che un giorno, Tassi si era presentato a casa mentre lei dipingeva.
Nella stanza c’è anche Tuzia e Tassi le chiede di uscire.
Una volta soli, Tassi prima le poggia la testa sul seno, e successivamente la obbliga a passeggiare, fino a bloccarla cingendola perché non potesse chiudere le gambe. Racconta di quanto avesse urlato, ma invano.
Racconta anche di come non avesse compreso il motivo del sanguinamento delle parte puberale.
Tassi, allora, per tranquillizzarla le promette di sposarla.
La difesa di Tassi, ribatte asserendo la promiscuità della pittrice, ovvero che la stessa fosse una donna di facili costumi.
Artemisia, di contro, ribatte di essere ancora vergine al momento della deflorazione: dettaglio tuttavia smentito da una successiva visita ginecologica che dimostrò che la stessa non fosse più vergine da tempo.
Ciò sembra avvalorare oltremodo la tesi della difesa.
Non solo: Artemisia, benché vittima, durante l’interrogatorio viene sottoposta alla cosiddetta tortura della sibilla che consiste nello stritolamento delle mani atto ad ottenere la verità.
Anche Tuzia, l’inquilina, testimonia e descrive Artemisia come donna di facili costumi mentre, al contrario, descrive Tassi come uomo serio e leale.
“Più volte ho visto Agostino di solo a solo in camera con detta Artimitia che lei era a letto spogliata e lui stava vestito […] Et io l’ho ripresa più volte in presenza anco del medesimo Agostino e lei mi diceva: “Che volete! Abbadate a voi e non v’impicciate di quel che non vi tocca!”
Anche Tassi, in prigione, viene interrogato più volte, ma lo stesso nega sempre, nega di aver addirittura avuto qualsiasi rapporto con artemisia.
La descrive come una donna facile, che si accompagna con tanti uomini.
Contro Artemisia, testimonia anche un tale Nicolò Bedino, professandosi garzone di Orazio Gentileschi ed affermando di aver visto più volte artemisia farsi baciare da Tassi ed altri uomini.
A favore di Artemisia, depone Giovanni Battista Stiattesi che dichiara di aver sentito Tassi confessare di aver deflorato artemisia e di aver corrotto i testimoni per far dire che artemisia fosse una prostituta.
il 27 novembre 1612 viene emessa sentenza contro Tassi, colpevole di deflorazione, di corruzione di testimoni e diffamazione di Orazio.
Tassi viene condannato all’esilio.
Sembrerebbe la fine, eppure, in questo cammino solo una tappa.
Infatti ciò che più colpisce del processo, è la figura di Artemisia dopo la sentenza. La stessa, vittima, viene additata come una prostituta, una donna di facili costumi e, nonostante i successi.

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Casal di Principe 4 luglio 1958 – Casal di Principe 19 marzo 1994. SACERDOTE, SCOUT E SCRITTORE.
Questa è la storia di una rivoluzione, o meglio di un rivoluzionario e della sua voce.
Ma non è una rivoluzione come le altre, che nasce con le armi e le grida, no.
Non è nemmeno una rivoluzione fatta da tanti.
È qualcosa di strano, di diverso.
È la rivoluzione fatta da una persona, in silenzio, o meglio, senza grida di guerra, ma con la forza di una parola amorevole, seppur decisa.
Decisa a denunciare, a cambiare, a salvare.
È davvero strana questa rivoluzione, perché chi la fa, agisce proprio nel luogo dove vivono le persone contro cui si grida il cambiamento.
E queste persone, gridano, sì che gridano.
Ed hanno armi, tante, e soldi con cui possono comprare ciò che vogliono, comprese altre persone da mettere al loro servizio.
Sì, questo rivoluzionario, senza armi, che parla con una voce buona, che aiuta gli altri, è davvero un pazzo.
Ma quella è la sua casa, quelli sono i suoi fratelli e, vien da sgranare gli occhi, anche gli altri, quelli armati, sono suoi fratelli.
D’altro canto, Casal di Principe, dove è ambientata la nostra storia di rivoluzione, è un piccolo paese, ci si conosce tutti.
C’è un problema, però, questo rivoluzionario, che si chiama Giuseppe Diana, Peppe, per gli amici, e fa il prete, anche se è senza armi, fa tanta paura, o meglio, dà fastidio e va eliminato.
Giuseppe Diana nasce a Casal di Principe, da una famiglia di proprietari terrieri.
Intraprende gli studi classici e successivamente quelli teologici.
Entra in seminario e segue il percorso che, nel 1982, lo porterà ad essere ordinato sacerdote.
Nel 1978 entra nell’ Agesci, Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani, dove fa il caporeparto.
Nel 1989 diviene parroco della chiesa San Nicola di Bari, a Casal di Principe, la sua terra.
Insegna, Don Giuseppe Diana, religione ed italiano.
Ma è lì, proprio lì, tra la sua gente, in mezzo la strada che il giovane Peppino, come lo chiamano, fa la sua rivoluzione.
Peppino agisce e si muove in uno dei momenti di massima forza della camorra casalese, guidata da Giuseppe Schiavone, Sandokan.
È una camorra che vive di traffici illeciti, ma si insinua anche nelle amministrazioni e si reinventa imprenditrice. Un modo per “ripulire” il denaro della prima attività.
Si avvale di un esercito di ragazzi, molti giovanissimi e sfrutta l’assenza di prospettive lavorative di quelle terre, per tenerli al proprio servizio.
Sono assassini, spacciatori, ragazzi che spesso muoiono per mano di altri coetanei in quella logica, illogica, guerra tra clan.
Non ci sta Peppe Diana, e durante le sue messe, non si limita a fare prediche generiche, no: Peppe Diana fa nomi e cognomi dei camorristi, nelle prediche, denuncia fatti e persone.
È Natale del 25 dicembre 1991 quando, in tutte le chiese di Casal di Principe, viene letto un testo emblematico del rivoluzionario Peppe Diana: “per amore del mio popolo non tacerò”.
“Siamo preoccupati
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”
Ogni-ambiguo-compromesso-o ingiusto privilegio.
Sembra di sentirlo, quello stesso anno, a centinaia di chilometri e poco prima di essere ammazzato, Paolo Borsellino, esortare ad ammirare il “fresco odore della libertà contro il puzzo del compromesso morale”.
Un rivoluzionario, Peppe Diana, che continua nel suo discorso
“La Camorra
La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
Precise responsabilità politiche
È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.”
E conclude
“Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”. Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26). Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.
Sono parole dure e dirette, parole cariche di amore per il proprio popolo, parole che sollevano coscienze e, purtroppo, armi, quelle di chi si vede messo all’angolo nel potere, nella libertà di agire illecitamente.
È il 19 marzo 1994, mattina, ore 7.20.
Peppe Diana è nella sagrestia della sua chiesa.
Lo chiamano per nome e 5 colpi di pistola lo lasciano a terra. 2 alla testa, uno al volto, uno al collo, uno alla mano.
Muore Peppe Diana, il rivoluzionario e come succede spesso la sua memoria all’inizio viene infangata.
Escono notizie sulla collusione di Peppe Diana con la camorra. Addirittura si insunua che fosse un pedofilo.
Niente da fare, non ci riescono a scalfirne la memoria, nemmeno con la menzogna.
Per quell’omicidio, nel 2004, la Cassazione conferma le condanne a 4 persone. Un mandante, un esecutore materiale e due complici.
Nel 2006 nasce il comitato intitolato a Don Peppe Diana che si pone di proseguire il cammino iniziato dal sacerdote.
Del 1994 la medaglia d’oro al valor civile.
“Parroco di un paese campano, in prima linea contro il racket e lo sfruttamento degli extracomunitari, pur consapevole di esporsi a rischi mortali, non esitava a schierarsi nella lotta alla camorra, cadendo vittima di un proditorio agguato mentre si accingeva ad officiare la messa. Nobile esempio dei più alti ideali di giustizia e di solidarietà umana”.
Finisce qui la storia di una rivoluzione, iniziata da un uomo solo che aveva dalla sua, la forza di un amore concreto e tangibile per la sua gente.
Ma non c’è mai nessuna fine, se qualcuno continua a ricordare il tuo nome.
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Palermo 15 settembre 1937 – Palermo 15 settembre 1993. SACERDOTE.
Questa è la storia di un ricatto e di un riscatto.
Il ricatto, è quello di Palermo e di tutta la Sicilia, ad opera di cosa nostra. Siamo negli anni delle guerre di mafia, del sacco di Palermo e di tanti, tanti morti.
Il riscatto, invece, è quello che un uomo, un sacerdote, vuole per la sua gente, la sua terra, la sua città.
Non si tratta di soldi, non per lui che ha prestato voto di povertà.
Si tratta di persone.
Padre Pino Puglisi, cerca e vuole il riscatto delle persone.
Vuole impedire che i giovani cedano alle lusinghe di un guadagno facile, spesso sporco di sangue.
Pino Puglisi conosce bene quelle realtà.
Non è uno venuto da fuori, ma uno di loro, come Don Peppe Diana.
Nasce a Brancaccio, uno dei quartieri più difficili di Palermo, dove la strada comanda e, con lei, la mafia.
Nel 1960 viene ordinato sacerdote.
Assume diversi incarichi pastorali, come quello che lo vede cappellano in un orfanotrofio.
Da qui inizia il suo lavoro sui giovani e sugli emarginati, il suo primo popolo.
Dal 1970 al 1978, è parroco a Godrano, un paesino in provincia di Palermo.
È un paese piccolo, ma martoriato dalla guerra di mafia tra due famiglie. Morti e sangue.
Pino Puglisi fa quello che gli riesce meglio: portare la parola di quel Dio, dandogli un significato concreto.
Lo sa fare al punto che, le due famiglie, si riappacificheranno, cosa rara, quasi impossibile.
Dopo diversi incarichi, nel 1990 viene nominato parroco di San Gaetano, a Brancaccio.
Non è un quartiere facile e lo sa bene, perché è il suo.
È un quartiere che in gergo si definisce “controllato”, dalla mafia, che nel caso di brancaccio porta il nome dei fratelli Graviano, legati a Leoluca Bagarella, uno che non ci ha mai pensato due volte a premere il grilletto.
È forte la presenza della mafia, in quel quartiere.
La mafia ci sa fare a comprare le persone. Le aiuta, gli promette un’occupazione (un qualsiasi tipo di occupazione, ma in un posto dove non lo stato è assente, che vai a guardare che tipo di lavoro fai?).
I mafiosi sono ben visti, sono rispettati e, paradossalmente, divengono dei veri e propri punti di riferimento. Degli esempi da seguire.
Pino Puglisi agisce su questo punto.
Crea il centro “padre nostro”, nel quartiere, che diventa un vero e proprio punto di riferimento per giovani e famiglie della zona.
Insegna ai ragazzi che, il rispetto, te lo guadagni anche senza ammazzare nessuno e che, anzi, quello ti fa essere una persona peggiore.
È una vera e propria offensiva, verbale, alle promesse ed ai finti ori della mafia.
Una offensiva che porta avanti anche nelle scuole in cui insegna.
Pino Puglisi diviene, così, un ostacolo per la mafia che prova in tutti i modi a farlo desistere attraverso tante minacce di cui non parlerà a nessuno.
È il 15 settembre del 1993.
Palermo ha da poco pianto il Giudici Falcone, Borsellino, Morvillo e gli agenti di scorta.
L’estate è finita da poco nel sangue ed il rumore dell’esplosione di Via D’ Amelio che ha ucciso Paolo Borsellino, si è sommata a quella dell’ “attentatuni” sull’autostrada di palermo, dove è morto Giovanni Falcone.
È il giorno del cinquantaseiesimo compleanno di Padre Puglisi.
È sera, le 22.45 circa.
Padre Pino Puglisi è appena sceso dalla sua macchina e sta entrando a casa.
Sul portone qualcuno lo chiama, lui si volta e vede un uomo.
Fa appena in tempo a dire “me lo aspettavo” che l’altro uomo che gli è scivolato alle spalle gli esplode più colpi alla nuca.
Muore così Pino Puglisi, come il più classico e sanguinario delle esecuzioni mafiose.
Le indagini vengono fatte bene e viene arrestato Salvatore Grigoli, uno che inizia a collaborare e sciorinare 46 omicidi, tra cui quello di Don Puglisi, come fossero una filastrocca.
È lui che ci fa conoscere le ultime parole del sacerdote.
I diversi processi hanno condotto alla condanna dei fratelli Graviano, Gaspare Spatuzza, altro nome tristemente noto, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giancalone.
Sì, perché per ammazzare un prete, disarmato, alle spalle, mandano un comando.
A padre Pino Puglisi viene conferita, a oltre venti anni dalla morte, il 26 agosto 2015, la medaglia d’oro al valor civile “Per l’impegno di educatore delle coscienze, in particolare delle giovani generazioni, nell’affermare la profonda coerenza tra i valori evangelici e quelli civili di legalità e giustizia, in un percorso di testimonianza per la dignità e la promozione dell’uomo. Sacrificava la propria vita senza piegarsi alle pressioni della criminalità organizzata. Mirabile esempio di straordinaria dedizione al servizio della Chiesa e della società civile, spinta fino all’estremo sacrificio. 15 settembre 1993 – Palermo”.
Il 25 maggio 2013, alla presenza di 100.000 persone, Padre Puglisi è stato proclamato Beato come martire della fede, ad opera della mafia.
Il centro di Padre Pino Puglisi continua a vivere ed a far paura, tanto che qualcuno ha anche provato a rallentarli murandogli la porta.
Sulla sua tomba sono riportate queste parole tratte dal Vangelo: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.
Qui si chiude questa storia, con una piccola riflessione.
A Padre Pino Puglisi gli sparano alle spalle. Una esecuzione mafiosa.
Eppure vi traspare oltre al senso di profonda viltà, una forma di paura: quella dettata da un uomo che, di fronte alla morte, invece di supplicare pietà, accoglie il proprio assassino e gli sorride.

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Como 31 gennaio 1910 – Padova 15 agosto 1992. FUNZIONARIO, FILANTROPO E COMMERCIANTE.
Questa è una storia che forse nemmeno il più grande scrittore avrebbe saputo immaginare.
Si chiama Giorgio Perlasca, è un italiano comasco.
I primi venti anni di vita li trascorre nella fervida adesione al partito fascista, matrice d’annunzia, che lo porterà a combattere ben due guerre: la guerra d’Etiopia e la guerra civile spagnola a fianco di Francisco Franco. Prende parte a questa guerra fino al 1939, la fine.
Sì, Giorgio Perlasca è stato un fascista, ma lo dicevo che è una storia da romanza questa.
E qui il primo colpo di scena: nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali e l’alleanza con la Germania, Perlasca si allontana dal partito fascista.
Durante la seconda guerra mondiale, collabora come venditore con una società di Trieste che vende bovini.
Questa attività lo porta a girare per l’Europa ed in particolare l’allora Jugoslavia e l’Ungheria, dove resta con permesso diplomatico.
È l’8 settembre 1943, il giorno del famoso armistizio.
Perlasca è ancora in Ungheria a Budapest, presta giuramento al re e si rifiuta di aderire alla repubblica sociale di salò e diviene, automaticamente, nemico dei tedeschi e quindi un ricercato.
In meno di venti anni, Perlasca segna il suo cambiamento che lo porta ad essere da fiero sostenitore del fascismo, a nemico della parte mussoliniana dell’Italia e soprattutto dei tedeschi.
Per scampare alla persecuzione dei tedeschi, Giorgio Perlasca si rifugia presso l’ambasciata spagnola che gli garantisce assistenza diplomatica per via della sua partecipazione alla guerra civile spagnola.
Nasce qui Jorge Perlasca, ovvero una cittadinanza ed un passaporto fittizio.
Con il console spagnolo si impegna a salvare gli ebrei ungheresi dalla deportazione, sistemandoli in case protette, soggette ad extraterritorialità per copertura diplomatica.
Si tratta di operazioni delicate, organizzate anche in cooperazione con altre nazioni e tollerate dalla stessa Ungheria.
È il 1944 e questa storia vive un ennesima svolta.
In Ungheria si insedia un governo filonazista.
Il console spagnolo non lo riconosce e lascia l’Ungheria.
Ma non Perlasca che, al contrario ed all’insaputa di tutti, resta in Ungheria continuando a spacciarsi per Jorge Perlasca.
Tra il 1 dicembre 1944 ed il 16 gennaio 1945, Perlasca rilascia migliaia di salvacondotti che conferiscono una finta cittadinanza spagnola a migliaia di ebrei.
Non solo: salva 60.000 ebrei ungheresi dall’incendio e dallo sterminio del ghetto di Budapest: intima, infatti, al Ministro degli interni ungherese una finta ritorsione legale ed economica su migliaia di cittadini ungheresi dichiarati da Perlasca residenti in Spagna.
Ma questo è un romanzo e tutto segue qualcosa che ancora non immaginiamo: Perlasca non si limita a salvare gli ebrei ungheresi: cura l’approvvigionamento e la distribuzione di viveri delle singole case personalmente, investendo i fondi dell’ambasciata spagnola ed i propri.
La guerra finisce ed entra l’armata rossa. Jorge Perlasca, console di un paese filo fascista è ricercato e deve tornare in Italia come Giorgio Perlasca.
Sul suo cammino salva la vita a 5.118 ebrei, oltre quelli del ghetto.
È un eroe, Perlasca, ma anche per un altro motivo: si dimentica di esserlo.
Tornato in Italia non racconta nulla a nessuno.
Questo silenzio reggerà per oltre 40 anni.
Infatti, se è vero il detto che dice di far del male e pentirsene e far del bene e scordarsene, è altrettanto vero che chi questo bene lo riceve, soprattutto se riceve la vita, non se lo dimentica.
Ci sono infatti, un gruppo di donne ebree ungheresi, che risiedono in Israele e per anni cercano Jorge Perlasca.
Nel 1987, finalmente, trovano Giorgio e la storia viene regalata al mondo, ma soprattutto, alla famiglia di Perlasca.
Numerosi sono i riconoscimenti ricevuti, tra cui quello ad Istrale di Giusto tra le Nazioni.
L’estate 1992 l’Italia versa tante lacrime e, forse inconsapevolmente, qualcuna è anche per Giorgio Perlasca, che si spegne serenamente a Padova all’età di 82 anni.
Questa storia sembrerebbe un romanzo, se non fosse che, in questa storia, la storia di un mondo in guerra in quegli anni, sono morti 5 milioni di innocenti, vittime di una barbarie senza precedenti e che quelle ferite sono tangibili ed ancora aperte.
Tutti vorremmo fosse solo un romanzo, è vero, ma non lo è, purtroppo.
Poi ti soffermi a leggere la risposta che Giorgio Perlasca ha dato a chi gli chiedeva perché lo avesse fatto:
“ma lei, avendo la possibilità di fare qualcosa, cosa avrebbe fatto vedendo uomini, donne e bambini massacrati senza un motivo se non l’odio e la violenza?”

Fonte: http://www.giorgioperlasca.it/

 

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Palermo 23 febbraio 1965 – Capaci 23 maggio 1992. AGENTE DELLA POLIZIA DI STATO.
È il 1994: un febbraio. Ci sono le luci, anzi i riflettori.
Lui ha una giacca, dei jeans ed i capelli tirati dietro. È abituato a far ridere, eppure quando inizia a parlare, con gli occhi puntati su di lui, i presenti ammutoliscono.
Recita una specie di filastrocca che ad un certo punto fa:
“Minchia signor tenente faceva un caldo che se bruciava
La provinciale sembrava un forno
C’era l’asfalto che tremolava e che sbiadivo tutto lo sfondo
Ed è così tutti sudati che abbiam saputo di quel fattaccio
Di quei ragazzi morti ammazzati
Gettati in aria come uno straccio caduti a terra come persone che han fatto a pezzi con l’esplosivo
Che se non serve per cose buone può diventar così cattivo
Che dopo quasi non resta niente”.
Le ombre, se le illumini, rivelano una sagoma.
La luce quel giorno, su queste ombre, la punta Giorgio Faletti.
Perché queste ombre sono uomini.
Queste ombre sono agenti di scorta.
Ragazzi giovani, spesso, come Lui, il protagonista di questa storia.
Ragazzi con un amore profondo per la divisa e per gli ideali.
Ce li mandano, magari all’inizio hanno paura, ma poi con la paura iniziano a conviverci e per loro diventa vita. Una vita da cui spesso faticano a distaccarsi.
Una vita che spesso se li trascina dietro insieme a quella di chi proteggono.
Una vita spesso dimenticata anche dopo morti, perché il loro ruolo era quello delle ombre e lo rimane anche quando ombre ci diventano davvero.
Una vita che non finisce con il lavoro, ma continua.
Come quella di Vito Schifani, un agente di cui non conoscevamo nulla fino a quel 23 maggio 1992.
Il Giudice Falcone e sua moglie Francesca Morvillo, sono appena atterrati all’aeroporto di Punta Raisi.
Vengono da Roma.
Devono rientrare a Palermo.
Non lo sanno, ma qualcuno sa esattamente il percorso che faranno, al punto da aver speso giorni a caricare con un materasso ed un skateboard, l’autostrada all’altezza di Capaci di tritolo.
Da una collinetta vedono le macchine che passano.
Lo scortato va sempre al centro: davanti un’auto, con le ombre, dietro altre due.
Vito ha 27 anni, a casa una moglie, una ragazzina.
Si chiama Rosaria e di anni ne ha 22.
Con lei c’è Antonino Emanuele, ha 4 mesi e non conosce il mondo.
A mala pena conosce il bene, che ha solo quello.
Ma il male…il male no.
Vito, lo sappiamo da un altro frammento recente di luce, qualche giorno prima, esattamente il 13 maggio 1992, si è concesso un giro su un aereo, un motoelica tb9, da Palermo a Crotone e ritorno.
Il video è stato pubblicato il 23 maggio 2015 e ci regala altri due frammenti di luce, per questa ombra: la sua voce e gli abiti senza uniforme.
Ecco, Vito sta guidando forse con in testa il cielo e nel cuore la famiglia, chi lo sa.
Da lontano li vede Giovanni Brusca che schiaccia un bottone: l’attentatuni.
L’ auto di Vito Schifani, una fiat croma, viene investita in pieno.
A bordo ci sono Rocco DiCillo che di anni ne ha 30 e sorride con una folta barba nera, nella foto passata ai giornali e Antonino Montinaro della stessa età e con due figli.
La loro auto viene sbalzata a 10 metri di distanza dall’esplosione, come un fuscello. Con questa stessa facilità vengono spazzate vie le loro vite, insieme a quella dei Giudici Falcone e Morvillo.
Ma non è finita, perché, se le vicende processuali hanno preso il loro corso, qualcosa in quei giorni ha colpito più dell’esplosivo.
Una ragazzina, scopertasi improvvisamente donna e sola con un figlio.
È secca, non si regge nemmeno in piedi tanto che la devono reggere, ma parla.
Rosaria Costa, la giovane vedova di Vito.
Ha messo a tacere pochi giorni prima il presidente del Senato Spadolini, alla camera ardente: ” Presidente, io voglio sentire una sola parola: lo vendicheremo. Se non puoi dirmela, presidente, non voglio sentire nulla, neanche una parola”.
Ma è il giorno dei funerali che sembra essere alta più della chiesa stessa.
Prende il microfono: “Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato…, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso.
Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare…
Ma loro non cambiano… […] …loro non vogliono cambiare…
Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Non c’è amore, non ce n’è amore… ”
Poi si accascia tra le braccia di chi la sostiene, ma in quel momento, un’altra luce all’ombra.
Antonino Emanuele oggi è un finanziere. Ha scelto la strada del padre, con un’altra uniforme ma lo stesso ideale.
Qui si chiude la storia di un’ombra, anzi di 3, anzi di tutti quelli che danno la vita per qualcuno, nell’invisibilità.
Sono tanti ed hanno una vita, hanno una famiglia, amici e se ci parli, scopri anche persone meravigliose.
La luce arriva con la memoria.
Ed è quello che facciamo qui.
Vito Schifani
Rocco Dicillo
Antonino Montinaro

 

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1928-1945. GRUPPO SCOUT.
Questa è una storia di resistenza, ribellione, rischio, libertà ed umanità.
È una storia ambientata in un periodo, lungo vent’anni, in cui l’incedere del tempo non coincideva con una evoluzione sociale, bensì una mortificazione delle libertà e, purtroppo, dello stesso essere umano.
C’è la guerra, che già di per sè annichilisce l’uomo, la vita e la libertà.
E poi ci sono leggi molto restrittive, che tendono ad uniformare molti comportamenti, ma soprattutto le persone.
E se queste leggi arrivano a sopprimerti la libertà di vivere la natura, nella natura, la condivisione, lo stare insieme, allora ti ribelli e diventi, parola che qui dentro può suonare strana, illegale.
Siamo nel periodo della seconda guerra mondiale e protagonisti di questa storia sono dei ragazzi, scout.
Dobbiamo però, fare un piccolo passo indietro per capirla.
Tra il 1912 ed il 1916, in Italia nascono 3 associazioni scoutistiche: nel 1912 il Corpo Nazionale Giovani Esploratori italiani, segue l’associazione ragazzi pionieri italiani e, nel 1916 l’associazione scautistica cattolica italiana (ASCI).
Sono ragazzi che si divertono a stare insieme. Imparano a rispettare la natura ed a conoscerla, imparando, quindi, a conoscere il rispetto per le persone e la disciplina.
Non sono armati, se la curiosità non è un’arma.
Tuttavia, nel 1922, il fascismo sale al potere e nasce l’ONB, l’opera nazionale balilla, che si impone di inquadrare i giovani sotto gli ideali del fascismo.
In automatico, però, vengono sciolte tutte le organizzazioni a carattere o inquadramento militare.
Per questo, spesso, divengono bersaglio di tali decisioni, anche le organizzazioni scautistiche, arrivando a veri e propri atti di violenza estrema nei loro confronti, come l’uccisione di don Minzoni.
L’ASCI, cerca di resistere e vivere, confluendo con l’associazione cattolica.
Nel 1926, però, gli scout ricevono un durissimo colpo.
Vengono emanate le cosiddette leggi fascistissime che impongono, tra le altre, lo scioglimento di gruppi scout in centri con meno di 20.000 abitanti.
Il 22 aprile 1928 a Milano, viene sciolta ufficialmente l’Asci.
Ma non è un segnale di resa, o di morte.
Non freni dei ragazzi che chiedono solo di stare insieme e godersi la natura.
Inizia la rivolta, la clandestinità.
Si chiama Ciacco, è un lupetto e fa la sua promessa proprio quel giorno.
Di fatto lo scoutismo muore e nasce nel giro di pochi minuti.
Sono forti ed hanno idee questi ragazzi.
Una su tutte: durare un giorno in più del fascismo””, frase che sarà il loro motto.
Ma la vera e propria clandestinità inizia a maggio, paradossalmente, con l’uscita di un gruppo, (quella che i cittadini chiamerebbero gita), ai corni di canzo.
Sono guidati da Giulio Cesare Uccellini e da questo momento, inizia anche il periodo della giungla silente.
Giulio Cesare Uccellini ci crede nei valori dello scoutismo: non è un uomo adulto, ma un ragazzo poco più grande di quelli che guiderà.
Ha circa 25 anni, ma un gran carattere, tanto da prendere il nome di Tigre o Bad Boy.
Ne raduna a sè una ventina: hanno tutti tra gli 11 ed i 17 anni.
Nascono così le Aquile Randagie.
Non sono sprovveduti, ma hanno voglia di essere liberi: d’altro canto, non fanno male a nessuno.
Vivono la clandestinità come un gioco e, paradossalmente, si divertono.
Assumono nomi in codice, per non essere riconosciuti e comunicano, come le spie, con linguaggi cifrati che vanno dal codice morse al linguaggio della giungla.
La loro vita, se non sapessimo che è illegale, è del tutto normale.
Ogni domenica escono e fanno escursioni.
Doppi vestiti per non essere riconosciuti ma, una volta arrivati al punto convenuto, si resta in uniforme.
Si gioca e si impara la tecnica. Ci si incontra in campi stabili o si cammina.
Addirittura vengono organizzati campi estivi.
Si fanno conoscere anche fuori dall’Europa.
Partecipano infatti a diversi Jamboree europei, incontri internazionali tra scout, tra cui quello in Ungheria e quello nei paesi bassi.
Tigre e Baden, un altra aquila randagia molto popolare, diverranno dei veri e propri simboli.
Nemmeno l’entrata in guerra dell’italia li ferma: è il 1940 li ferma.
Ma è forse con la firma dell’armistizio che la loro attività incontra più direttamente la vita reale.
Appoggiano, di fatto, la resistenza antifascista, pur restando fedeli ai loro principi: non spariamo, non uccidiamo, serviamo!
Viene fondato l’ O.S.C.A.R. (opera scout cattolica aiuto ricercati) che aiuterà molti ricercati ad espatriare.
Grazie alla complicità di timbrifici ed amici nelle questure, fabbricano molti documenti falsi grazie ai quali salvano la vita a moltissimi ebrei.
La rischiano anche, la vita, accompagnando i fuggitivi oltre il confine, ed addirittura rapendo letteralmente un bambino ebreo i cui genitori erano stati catturati dai tedeschi e destinato anche lui ai campi di sterminio.
Tra gli espatri delle aquile randagie, c’è anche quella di un futuro illustre uomo di cultura del nostro paese: Indro Montanelli.
La loro attività segue, anche con delle perdite.
Le aquile randagie, al contempo, continuano a svolgere la loro attività.
Ma è con la fine della guerra che il gruppo, compie un gesto oltremodo nobile: quello di impedire che venga fatto del male ai nemici vinti.
Quello più famoso è rappresentato dal presidio ad un treno sanitario tedesco, contro atti di sabotaggio.
Con la fine della guerra, finisce la clandestinità e, di fatto, le aquile randagie.
Viene rilanciata l’asci che formerà, successivamente, l’Agesci.
Qui termina questa storia che, come si diceva all’inizio, ha tante componenti ed è, per questo, difficilmente inquadrabile.
Allora è meglio pensare al simbolo, l’aquila che si lascia trasportare dalle correnti, da cui alle volte sembra controllata, ma che all’improvviso, compie dei meravigliosi voli in picchiata verso la preda, per risalire dove non puoi prenderla. dove nessuno può, come loro.
D’altro canto, sarebbe impensabile voler circoscrivere qualcosa, che nemmeno la guerra è riuscita ad arginare.

 

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Piazza Armerina 22 ottobre 1930 – Palermo 21 luglio 1979. POLIZIOTTO, INVESTIGATORE, CAPO DELLA SQUADRA MOBILE DI PALERMO.
Questa è la storia di uno che non solo si limita a combattere il male, l’ingiustizia, quando si palesa.
Non si limita a cercare l’assassino del morto ammazzato per terra.
Lui va a cercare l’uomo, prima che diventi assassino.
Cerca la strada, prima che diventi la tratta per il traffico di droga.
Lui è uno che sa benissimo che chi delinque, ha sempre un vantaggio sull’investigatore: quello di poter commettere il fatto prima che lui lo conosca, e dileguarsi.
E se il delinquente è uno che ammazza, il vantaggio è doppio: perché c’è anche quello che il morto non può dire.
E tu sei lì, a cercare di capire qualcosa da un morto, mentre quello ha già fatto il giro del mondo, magari.
Lo sa, lui, questo.
Per questo và, primo tra tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine, in America, a Quantico.
Un nome che ricorda l’inizio dell’arte dell’interrogatorio e dell’investigazione all’americana.
Quantico: per chi vuol sperare di recuperare quel tempo che il delitto offre, devi andare lì e studiare.
E lui studia bene al punto che non solo fiuta la traccia, non solo affianca l’autore, ma lo supera e gli si mette davanti.
E mettersi davanti ad un delinquente, sulla sua strada, vuol dire solo una cosa: prevenirne le mosse.
Lui si chiama Boris Giuliano.
In polizia ci entra nel 1962 ed entra subito nella squadra mobile di Palermo.
È bravo, ha fiuto.
Vola in America, a Quantico, e consegue una specializzazione presso la FBI National Academy.
Lavora anche con la DEA, l’agenzia antidroga americana e parla inglese.
Torna a Palermo e, della squadra mobile, diviene il capo.
Sono gli anni 70.
La mafia esiste, ma ancora non ha fatto vittime di cui si sentirà parlare.
Peppino Impastato inizia le sue lotte, dall’altra parte dell’isola.
Uomini come Chinnici, Borsellino, Falcone, lavorano ma con difficoltà.
Perché, per fare i processi, servono prove.
E la mafia si salva sempre perché, queste prove, mancano.
Ecco, Giuliano quelle prove le trova e permette l’avvio di molti processi di mafia.
Si interessa della scomparsa di mauro de mauro, una lupara bianca ad oggi irrisolta, ed è il primo a puntare il dito sulle vicende che hanno coinvolto Enrico Mattei, allora presidente dell’Eni, morto in un disastro aereo la cui vicenda, non ha mai convinto nessuno, specialmente parlando dell’incidente.
Lui, è il primo ad intuire che tra i due eventi vi sia un legame.
Ma Giuliano ha fiuto: da una valigetta con 500.000 dollari ritrovata all’aeroporto Palermo-Punta Raisi, è il 1978, scopre l’esistenza di un traffico di eroina tra Palermo e l’America.
Fermano due mafiosi, nelle cui tasche trovano una bolletta con un indirizzo.
Questo indirizzo porta ad una via e ad un appartamento: Via Pecori Giraldi.
Dentro ci sono armi e 4 kili di eroina, oltre a foto di alcuni mafiosi corleonesi ed una patente contraffatta con la foto di Leoluca Bagarella.
Capisce che Palermo è un polo per la raffinazione della droga, il cui oppio arriva dalla Thailandia, dal Laos, dalla Birmania e coinvolge anche banchieri ed imprenditori.
È uno sbirro, ficcanaso, e da fastidio.
Al 113 iniziano ad arrivare chiamate “Giuliano Morirà”.
Lui allora prende moglie e figli e li accompagna in un paese alle falde dell’Etna.
È il 1979, e prima di morire, conduce un’indagine su un assegno trovato nelle tasche del cadavere di Giuseppe di Cristina, che conduceva ad un conto con un nome di fantasia ma afferente a Michele Sindona, personaggio e faccendiere molto discusso e pericoloso.
Per questo, si incontra con Giorgio Ambrosoli, avvocato liquidatore della banca di Sindona che sarà successivamente ucciso.
È il 21 luglio.
Fa caldo.
È mattina.
Giuliano scende sotto casa a prendere il caffè.
Leoluca Bagarella gli spara alle spalle 7 colpi che lo lasciano a terra.
Nel 1995 saranno condannati Totò Riina, Bernardo Provenzano, tra gli altri e lo stesso Bagarella.
Qui si chiude la nostra storia, pensando a come, per ammazzare uno come giuliano, gli abbiano dovuto sparare alle spalle, perché, uno come lui, non lo uccidi standogli di fronte.
La storia ci lascia il nome di un poliziotto, anzi no, di uno sbirro.

 

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Castellammare del golfo 24 maggio 1935 – Palermo 6 gennaio 1980. POLITICO. PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIA.
Questa è la storia di due occhi.
Sono occhi timidi, impacciati.
Occhi spaesati, commossi, impauriti.
Sono occhi che hanno visto studenti, allievi, giudici, parlamentari.
Sono occhi che, ad un tratto, tutti guardano. Per questo sono occhi spaesati.
Sono occhi che si sono illuminati di soddisfazione.
Ma sono anche occhi, che hanno conosciuto la morte e l’hanno vista.
È il 31 gennaio 2015, le telecamere sono puntate nella sua casa e lui, Sergio Mattarella, è appena stato eletto dodicesimo Presidente della Repubblica.
Lo osservi e te lo ricordi, in una foto.
Quel viso e quegli occhi, stanno guardando una persona esanime in auto e la stanno tirando fuori, per portarla in ospedale, dove arriverà morto.
Si chiama Piersanti Mattarella, è un politico ed, in quel momento, è il Presidente della Regione Sicilia.
Presidente che è appena stato ammazzato.
La sua è una vita politica caratterizzata dalla gavetta: prima gli studi religiosi, poi l’avvicinamento alla Democrazia Cristiana, la cattedra di diritto privato a Palermo e diversi incarichi presso il consiglio regionale siciliano, di cui diviene anche assessore prima di essere eletto, nel 1978, Presidente.
È ricoprendo questa funzione che Piersanti dà fastidio alla mafia.
Uno degli eventi che suscitano molto scalpore, è quando Pio La Torre, politico anche lui assassinato dalla mafia, attacca, durante la conferenza regionale dell’agricoltura, l’assessorato regionale ed il suo titolare, accusato di essere un colluso con la mafia e di aver reso, il suo assessorato, un centro di illegalità.
Contrariamente a quanto ci si potesse attendere, Piersanti Mattarella, non prende le difese del suo assessore, ma concorda con La Torre, e riconosce la necessità di correttezza e legalità.
La sua idea, infatti,è quella di creare un apparato regionale “con le carte in regola”, come recitava uno slogan della regione, con ciò ovviamente turbando tutte quelle attività in cui mafia e politica si incontrano: uno su tutti il mondo degli appalti.
E gli appalti, per la mafia, non sono solo soldi, ma anche un modo per ripulire il denaro provento di attività illecite.
È il 6 gennaio 1980, Piersanti è appena entrato in auto con moglie figli e suocera, quando viene freddato con diversi colpi di pistola in via della Libertà.
Uno dei primi a soccorrerlo è proprio suo fratello, mentre si vede che la moglie, da dietro, tenta un disperato salvataggio.
Alla verità per l’omicidio di Piersanti Mattarella, si giungerà solo dopo la morte di Falcone e Borsellino, per via della dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia che indicheranno in Totò Riina, Bernardo Provenzano ed altri della commissione regionale di cosa nostra, i mandanti degli omicidi. Non saranno mai trovati, invece, gli esecutori materiali.
Alla base di tutto vi sarebbe stato proprio il tentativo di Piersanti Mattarella, di modernizzare, ovvero di cambiare il volto e soprattutto il malaffare, che intaccavano le istituzioni siciliane.
Noi non sappiamo cosa vedono gli occhi di una persona nell’ultimo istante della sua vita.
Sappiamo però che si sono spenti in Via della Libertà.
Ci piace credere che abbiano visto per ultimo, la libertà di una regione.
#‎nottebiancadellalegalità

#‎piersantimattarella

Touba…- Castagneto Carducci 14 agosto 2004. OPERAIO.

Questa È la storia di una bontà invisibile e silenziosa.

Forse anche di un uomo invisibile.

Di quelli che se li vedi magari ti giri dall’altra parte.

Di quelli che lottano con la burocrazia di una legge e contro i pregiudizi.

Poi, un giorno, lo conosci.

Scopri che È come te (anche se avresti dovuto saperlo), ma forse ha una bontà ed un senso di pietà che tu non hai: e li ha perché gli sono mancati.

Vorresti stringergli la mano. Dirgli grazie. Ma è tardi.

Si chiama Cheikh, ha 27 anni. Non sappiamo nemmeno quando è nato.

Conosciamo, però la data della sua morte.

Ha 27 anni, fa l’operaio e viene da Touba, Senegal, dove ha moglie ed una figlia di pochi mesi.

È estate, 14 agosto 2004.

Siamo sulle spiagge di Castagneto Carducci un comune in provincia di Livorno.

Il mare È in tempesta, c’è vento e corrente.

Qualcuno, imprudentemente, si tuffa, ma non riesce a vincere le onde.

Urla, chiede aiuto.

Cheikh è lì, come tanti, a godersi un po’ di riposo.

Lo sente, è un attimo: si tuffa e trae in salvo lo sconosciuto.

E Cheikh?

Lui no, a sua volta È vittima di quel mare che non rinuncia mai al suo prezzo.

Cheikh scompare trai i flutti e scompare, dicono le cronache, anche la persona salvata, che non si cura della sua sorte.

Lo ritroveranno due giorni dopo Cheikh, annegato con le sue speranze, la sua bontà ed il desiderio di veder crescere sua figlia.

Lì lo conosciamo.

Diventa un eroe.

Riceve la cittadinanza onoraria ed una medaglia d’oro al valor civile.

Il Comune di Castagneto, non finirà mai di ricordarlo.

Qui termina una storia triste e di speranza: quella che in futuro, sempre meno persone si volteranno dall’altra parte solo per il colore della pelle, perché magari si perde l’occasione di guardare un cuore grande.

 

#‎nottebiancadellalegalitá

#‎cheikhsarr

Roma 11 aprile 1948 – Roma 20 maggio 1999. GIURISTA E DOCENTE.
Questa è la storia più brutta di tutte.
Lo è perché è stata una storia brutta, molti anni prima.
Una storia di sangue, di terrore, di morti innocenti e di sacrifici.
Una storia che ci racconta di uomini, donne e bambini, che rimanevano sull’asfalto per essere passati nel momento sbagliato in un posto.
Una storia a cui persone valorose, una su tutte, il Generale Dalla Chiesa, avevano posto fine, assicurando i colpevoli alla giustizia.
Ma proprio perché questa storia ha la conformazione di un incubo, nel momento in cui, all’improvviso, riappare con i suoi personaggi, allora diviene il peggiore degli incubi.
Perché ti colpisce lì, dove non ti aspetti, quando non avresti mai immaginato.
Questa è la storia di Massimo D’Antona, e del ritorno delle brigate rosse.
La sua è la vita di uno studioso che, dopo molti sacrifici, diviene professore di diritto del lavoro, insegnando in varie università, come la Federico II di Napoli e La Sapienza di Roma.
Come tutti i giuristi scrive, molto, saggi, articoli e diviene consigliere di amministrazione dell’Enav, l’ente nazionale assistenza al volo.
E come molti validi giuristi, viene posto al servizio delle istituzioni.
In questo caso del Ministero del Lavoro, che lo nomina consulente.
È qui che diviene bersaglio, ma da qui che l’incubo deciderà di palesarsi ancora alla società.
Non dobbiamo pensare che le brigate rosse, anzi, le nuove brigate rosse, perché le vecchie erano state tutte smantellate, siano nate qui.
Esistevano, si erano riformate ed erano silenti.
Ma qui decidono di ricomparire.
Lo fanno alle 8 di una mattina di primavera, a maggio.
Massimo D’Antona è appena uscito di casa e sta andando nel suo studio, a pochi passi.
Qualche giorno prima, però, qualcuno emette la sua sentenza.
Si chiamano Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce.
Programmano tutto.
Parcheggiano due furgoni bianchi con i vetri oscurati ed un foro per osservare i passaggi.
Hanno dei contenitori per le urine per non lasciare tracce e sono travestiti per travisare il volto.
Hanno anche due motorini per fuggire e delle biciclette per le cosiddette staffette, persone, complici che devono osservare le mosse della vittima ed avvertire quando si trova a tiro.
Massimo D’Antona sta camminando a piedi quando, all’altezza di Villa Albani, sulla salaria, il commando di fuoco composto dalla Lioce e da Galesi si palesa davanti al professore.
Galesi gli scarica addosso l’intero caricatore con un colpo di grazia al cuore.
Azione rapida, come nello stile delle brigate rosse.
All’inizio si brancola nel buio, ma poche ore dopo, come da copione, eccolo, l’incubo: ha la forma della rivendicazione con la stella a 5 punte.
“Il giorno 20 maggio 1999, a Roma, le Brigate Rosse per la Costruzione del Partito Combattente hanno colpito Massimo D’Antona, consigliere legislativo del Ministro del Lavoro Bassolino e rappresentante dell’Esecutivo al tavolo permanente del “Patto per l’occupazione e lo sviluppo”. Con questa offensiva le Brigate Rosse per la Costruzione del partito Comunista combattente, riprendono l’iniziativa combattente, intervenendo nei nodi centrali dello scontro per lo sviluppo della guerra di classe di lunga durata, per la conquista del potere politico e l’instaurazione della dittatura del proletariato, portando l’attacco al progetto politico neo-corporativo del “Patto per l’occupazione e lo sviluppo”, quale aspetto centrale nella contraddizione classe/Stato, perno su cui l’equilibrio politico dominante intende procedere nell’attuazione di un processo di complessiva ristrutturazione e riforma economico-sociale, di riadeguamento delle forme del dominio statuale, base politica interna del rinnovato ruolo dell’Italia nelle politiche centrali dell’imperialismo”
È il 2005 ed inizia il processo alle nuove brigate rosse.
Sono passati 6 anni e molte cose sono cambiate: primo fra tutti l’omicidio di Marco Biagi, a bologna, ad opera delle stesse brigate rosse nel marzo del 2002, anche lui docente di diritto del lavoro e consulente del ministero.
Ma è nel 2003 che cambia qualcosa. A rimetterci la vita è Emanuele Petri, un soprintendente della polizia di stato che, sul treno Roma Firenze, si appresta ad effettuare un normale controllo sui passeggeri. Finché non chiede di documenti a Mario Galesi e Nadia Lioce.
Sono in 3 i poliziotti. La Lioce e Galesi hanno documenti falsi, gli agenti se ne accorgono e Galesi spara alla gola all’agente Petri ed all’agente Fortunato che però riesce ad uccidere il brigatista.
L’agente fortunato viene salvato nel corpo, ma non nella mente, e si suicida nel 2010.
Ma quel giorno viene arrestata Nadia Desdemona Lioce e sequestrati i documenti ed un palmare che aprirà le porte del carcere alle nuove brigate rosse, ed un mondo, fatto di farneticazioni, agli investigatori.
Vengono effettuati molti arresti tra cui quello della Lioce e di altre donne e nel 2005 si celebrano i processi di primo grado per l’omicidio D’Antona con condanne molto diverse, tra cui l’ergastolo per la Lioce.
Condanne confermate nel 2008 dalla Cassazione. L’incubo, forse, è finito, ma è durato abbastanza per restituire ad un paese ancora scosso, la paura per qualcosa che non puoi prevedere o controllare oltre a togliere al paese, come sempre, innocenti colpevoli solo di svolgere il loro lavoro.

 

#‎nottebiancadellalegalità

#‎massimodantona

#‎marcobiagi

#‎emanuelepetri

Ponte a Ema 18 luglio 1914 – Firenze 5 maggio 2000. CICLISTA.
Questa è una storia di fatica e bellezza e…di un grosso naso.
è una storia che corre veloce come il vento, ma forse anche di più.
Una storia che, come i quadri più preziosi, all’improvviso emergono da una tela altrettanto pregiata.
è una storia difficile da racchiudere in poche parole, anche se, forse, proprio quelle poche parole centellinate si cuciono addosso al nostro protagonista che, proprio per il suo carattere schivo, fu soprannominato “ginettaccio”.
Va bene, allora, questa è una storia di poche parole…e di un naso.
Poche parole e fatti, tanti.
Azioni concrete e tangibili, come le salite su, per quelle montagne, a bruciarti i muscoli. O le discese veloci, più del vento, a rilassarle, quelle gambe.
Fatti come le vittorie, nate nel silenzio della fatica, nella solitudine di un obiettivo. Come quei 5 giri d’Italia, ad esempio, o come quel tour de France, del 48.
Fatti come quell’altro, di tour de France, quello del 1952, alla nona tappa, sul passo del Galibier, quando, sudato, stremato, concentrato, senza dire una parola allunga il braccio e passa la borraccia dell’acqua, che poi era una bottiglia, ad un rivale, per farlo dissetare.
Ma non un rivale qualsiasi, IL rivale: il grande fausto coppi, che, in quel 1952, ne aveva già vinte 4, di tappe, e si appresta a vincere anche questa, la nona.
È la storia di un campione che tutti conoscono, ma forse, sembra un paradosso, pochi conoscono.
Perché questa è una storia di poche parole, perché lui è ginettaccio e parla poco, perché, come diceva lui, “il bene si fa, ma non si dice”.
Anche se poi, la storia, certe cose le restituisce sempre.
E per conoscere ciò che la storia, questa, ci ha restituito, dobbiamo fare un passo indietro ed arrivare al 1943.
C’è la guerra, anche in Italia.
Si muore anche qui.
Si perseguita anche qui.
Ci sono gli orrori di una barbarie insensata, anche qui.
Ma solo qui c’è ginettaccio, che già è qualcuno.
Che già inizia a farsi conoscere.
Che si allena, correndo, sudando, quasi senza toccare terra con le ruote.
Gino Bartali per allenarsi percorre centinaia di kilometri.
La sua strada, in quell’anno, incrocia quella del rabbino di Firenze Nathan Cossuto e dell’arcivescovo della città, Elia Angelo Della Costa.
Hanno creato un’asse, un’alleanza, cristiano-giudaica, che mira a far espatriare, mediante documenti falsi, gli ebrei di quelle zone che, altrimenti, andrebbero incontro alla deportazione.
Bene, ma serve qualcuno che, quei documenti, li porti dalla stamperia clandestina, che è ad Assisi, sino a Firenze.
Occorre qualcuno che può muoversi liberamente, senza destare troppi sospetti.
Qualcuno che corra e faccia tutto nel minor tempo possibile.
Qualcuno che parli poco, come Gino Bartali.
È lui che, dal settembre 1943 al giugno 1944, percorre con la bicicletta 185 km anche per più volte, da assisi dove preleva i documenti, a firenze, dove li consegna all’arcivescovo.
Gino nasconde i documenti nella canna della bicicletta e pedala, ufficialmente, si allena, perchè lui è un campione.
Lo sa bene che rischi corre. Sa che, se lo dovessero fermare e scoprire, andrebbe incontro a fucilazione certa.
Ed una volta, in effetti, viene fermato, ed arrestato: è l’autunno 1943 ed a firenze c’è il comandante mario carità, persona crudele e spietata che, di certo, non le manda a dire in fatto di omicidi.
Lo fermano, ma nessuno ispeziona la bicicletta.
Gino è salvo e si avvia verso quel tour de france del 52.
La guerra finisce e Bartali continua ad essere l’uomo di poche parole di sempre.
Quella storia no la racconta a nessuno, tranne che, moltissimi anni dopo, al figlio andrea, chiedendogli, in perfetto suo stile, di renderla pubblica a tempo debito.
Così, questa storia, viene consegnata al mondo e racconta di un campione che, nel periodo della guerra, grazie al suo gesto, ha salvato la vita ad 800 ebrei.
Nel 2005, riceve postuma la medaglia d’oro al merito civile.
Nel 2011, viene inserito nel giardino dei giusti del mondo di padova.
Ma, forse il riconoscimento più grande per questo grande campione, arriva nel 2013, quando viene riconosciuto Giusto tra le nazioni, titolo riservato ai non ebrei che hanno rischiato la vita per salvare anche un solo ebreo durante le persecuzioni.
Nelle motivazioni che accompagnano il memoriale si legge che Gino Bartali ha agito “come corriere della rete (quella ebraico cristiana, ndr), nascondendo falsi documenti e carte nella sua bicicletta e trasportandoli attraverso le città, tutto con la scusa che si stava allenando. Pur a conoscenza dei rischi che la sua vita correva per aiutare gli ebrei, Bartali ha trasferito falsi documenti a vari contatti e tra questi il rabbino Cassuto”.
La nostra storia potrebbe finire qui, ed in effetti, a conoscere il carattere di Bartali, forse si sarebbe arrabbiato per aver parlato così tanto.
Allora chiudiamola qui questa storia, ricordandoci che per quanto si possa tacere, la voce del vento non la puoi fermare, come i muscoli delle gambe di un uomo silenzioso con grosso naso.

 

#‎nottebiancadellalegalità

#‎ginobartali

Ponte a Ema 18 luglio 1914 – Firenze 5 maggio 2000. CICLISTA.
Questa è una storia di fatica e bellezza e…di un grosso naso.
è una storia che corre veloce come il vento, ma forse anche di più.
Una storia che, come i quadri più preziosi, all’improvviso emergono da una tela altrettanto pregiata.
è una storia difficile da racchiudere in poche parole, anche se, forse, proprio quelle poche parole centellinate si cuciono addosso al nostro protagonista che, proprio per il suo carattere schivo, fu soprannominato “ginettaccio”.
Va bene, allora, questa è una storia di poche parole…e di un naso.
Poche parole e fatti, tanti.
Azioni concrete e tangibili, come le salite su, per quelle montagne, a bruciarti i muscoli. O le discese veloci, più del vento, a rilassarle, quelle gambe.
Fatti come le vittorie, nate nel silenzio della fatica, nella solitudine di un obiettivo. Come quei 5 giri d’Italia, ad esempio, o come quel tour de France, del 48.
Fatti come quell’altro, di tour de France, quello del 1952, alla nona tappa, sul passo del Galibier, quando, sudato, stremato, concentrato, senza dire una parola allunga il braccio e passa la borraccia dell’acqua, che poi era una bottiglia, ad un rivale, per farlo dissetare.
Ma non un rivale qualsiasi, IL rivale: il grande fausto coppi, che, in quel 1952, ne aveva già vinte 4, di tappe, e si appresta a vincere anche questa, la nona.
È la storia di un campione che tutti conoscono, ma forse, sembra un paradosso, pochi conoscono.
Perché questa è una storia di poche parole, perché lui è ginettaccio e parla poco, perché, come diceva lui, “il bene si fa, ma non si dice”.
Anche se poi, la storia, certe cose le restituisce sempre.
E per conoscere ciò che la storia, questa, ci ha restituito, dobbiamo fare un passo indietro ed arrivare al 1943.
C’è la guerra, anche in Italia.
Si muore anche qui.
Si perseguita anche qui.
Ci sono gli orrori di una barbarie insensata, anche qui.
Ma solo qui c’è ginettaccio, che già è qualcuno.
Che già inizia a farsi conoscere.
Che si allena, correndo, sudando, quasi senza toccare terra con le ruote.
Gino Bartali per allenarsi percorre centinaia di kilometri.
La sua strada, in quell’anno, incrocia quella del rabbino di Firenze Nathan Cossuto e dell’arcivescovo della città, Elia Angelo Della Costa.
Hanno creato un’asse, un’alleanza, cristiano-giudaica, che mira a far espatriare, mediante documenti falsi, gli ebrei di quelle zone che, altrimenti, andrebbero incontro alla deportazione.
Bene, ma serve qualcuno che, quei documenti, li porti dalla stamperia clandestina, che è ad Assisi, sino a Firenze.
Occorre qualcuno che può muoversi liberamente, senza destare troppi sospetti.
Qualcuno che corra e faccia tutto nel minor tempo possibile.
Qualcuno che parli poco, come Gino Bartali.
È lui che, dal settembre 1943 al giugno 1944, percorre con la bicicletta 185 km anche per più volte, da assisi dove preleva i documenti, a firenze, dove li consegna all’arcivescovo.
Gino nasconde i documenti nella canna della bicicletta e pedala, ufficialmente, si allena, perchè lui è un campione.
Lo sa bene che rischi corre. Sa che, se lo dovessero fermare e scoprire, andrebbe incontro a fucilazione certa.
Ed una volta, in effetti, viene fermato, ed arrestato: è l’autunno 1943 ed a firenze c’è il comandante mario carità, persona crudele e spietata che, di certo, non le manda a dire in fatto di omicidi.
Lo fermano, ma nessuno ispeziona la bicicletta.
Gino è salvo e si avvia verso quel tour de france del 52.
La guerra finisce e Bartali continua ad essere l’uomo di poche parole di sempre.
Quella storia no la racconta a nessuno, tranne che, moltissimi anni dopo, al figlio andrea, chiedendogli, in perfetto suo stile, di renderla pubblica a tempo debito.
Così, questa storia, viene consegnata al mondo e racconta di un campione che, nel periodo della guerra, grazie al suo gesto, ha salvato la vita ad 800 ebrei.
Nel 2005, riceve postuma la medaglia d’oro al merito civile.
Nel 2011, viene inserito nel giardino dei giusti del mondo di padova.
Ma, forse il riconoscimento più grande per questo grande campione, arriva nel 2013, quando viene riconosciuto Giusto tra le nazioni, titolo riservato ai non ebrei che hanno rischiato la vita per salvare anche un solo ebreo durante le persecuzioni.
Nelle motivazioni che accompagnano il memoriale si legge che Gino Bartali ha agito “come corriere della rete (quella ebraico cristiana, ndr), nascondendo falsi documenti e carte nella sua bicicletta e trasportandoli attraverso le città, tutto con la scusa che si stava allenando. Pur a conoscenza dei rischi che la sua vita correva per aiutare gli ebrei, Bartali ha trasferito falsi documenti a vari contatti e tra questi il rabbino Cassuto”.
La nostra storia potrebbe finire qui, ed in effetti, a conoscere il carattere di Bartali, forse si sarebbe arrabbiato per aver parlato così tanto.
Allora chiudiamola qui questa storia, ricordandoci che per quanto si possa tacere, la voce del vento non la puoi fermare, come i muscoli delle gambe di un uomo silenzioso con grosso naso.

 

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#‎ginobartali

Germania giugno 1942- febbraio 1993
La storia nasce a Monaco di Baviera.
Ci sono cinque studenti, ragazzi, poco più che ventenni: sono i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf tutti studenti all’ Università Ludwig Maximilian di Monaco ed un professore: Kurt Huber.
Vivono in una nazione, una città, assediata dal regime nazista e decidono di combatterlo.
Ma non con le armi; non aggiungendo sangue al sangue, ma attraverso una resistenza pacifica.
La loro arma, quella a cui si appellano è, infatti, l’intelligenza tedesca.
Non sono idealisti improvvisati o sognatori dell’ultimo minuto, no.
Alcuni di loro, infatti, seppur giovanissimi, la guerra l’hanno fatta. Hanno sparato ed hanno visto, con i loro occhi, le torture praticate contro gli ebrei.Hanno visto l’orrore di un’idea ed a lei, concretamente, si ribellano.
Pubblicano degli opuscoli, sei, in tutto, in cui citano i loro eroi: Aristotele, Laozi, Ghoete, la Bibbia, per citarne qualcuno.
Sono fermamente sostenitori di una Germania federale e dei valori cristiani di giustizia e tolleranza a cui aderisce.
All’inizio questi volantini vengono spediti, ma successivamente, con gli ultimi due, il gruppo si espone e lo fa ben consapevole dei rischi.
Vengono dipinti, sui muri dell’università, slogan marcatamente anti hitleriani e vengono distribuiti volantini fuori la scuola.
Fino ad un giorno di febbraio, il 18.
Sophie Scholl, prende una decisione: sale sulle scale dell’ateneo e getta i volantini.
C’è qualcuno, lì, che la nota. Qualcuno che non percorre la stessa strada. Qualcuno per cui, quegli ideali, sono solo da reprimere.
È il bidello dell’università, aderente al nazismo, che nota la ragazza e la blocca, consegnandola alla temuta polizia del regime: la Gestapo.
Sophie viene catturata assieme al fratello ed i due si assumo tutte le responsabilità, sperando di proteggere gli altri membri.
Ma non basta: vogliono i nomi. Nomi che Sophie non fa, subendo 4 giorni di torture.
Nulla.
Nel frattempo, però la gestapo ha catturato gli altri membri più influenti.
Arriva il primo verdetto del tribunale, dopo un processo sommario: colpevole e condanna a morte.
Queste le motivazioni: “Gli accusati hanno, in tempo di guerra e per mezzo di volantini, incitato al sabotaggio dello sforzo bellico e degli armamenti, e al rovesciamento dello stile di vita nazionalsocialista del nostro popolo, hanno propagandato idee disfattiste e hanno diffamato il Führer in modo assai volgare, prestando così aiuto al nemico del Reich e indebolendo la sicurezza armata della nazione. Per questi motivi essi devono essere puniti con la morte”.
I due fratelli salutano l’ultima volta i loro genitori e vengono decapitati.
Il 19 aprile 1943, a subire la stessa tremenda sorte, saranno gli altri studenti.
Ma le condanne non finiscono: decine di persone tra coloro che hanno in qualche modo aderito alla rosa bianca, subiranno un processo e condannati alla carcerazione venendo, successivamente liberati dagli Americani.
Qui termina una storia di ragazzi che senza versare nemmeno una goccia di sangue, hanno messo paura ad un regime potente, che si è sentito in dovere di eliminarli.
È vero, erano solo ragazzi, come una rosa è solo un fiore, ma se non lo osservi attentamente, ti pungi con le spine e ti fai male, come è accaduto ad una potente macchina da guerra, messa in difficoltà dalle lame affilate delle parole.
Parole ed ideali che, evidentemente, non sono stati recisi come le vite di cinque ragazzi.
#nottebiancadellalegalità

#larosabianca

Ucraina 1939.
Questa è una storia di coraggio e di una ribellione.
Ad osservare la foto, la prima soprattutto, sembra strano associare il termine ribellione a quella figura.
Ha una divisa. Una divisa Militare.
La indossa per un esercito, quello dell’Armata Rossa, sinonimo di una condotta rigida e senza sbavature.
Gli ordini sono ordini, non si discutono.
Fa strano perché quella è la divisa di un tenente colonnello e quello è il volto di un ufficiale.
Stanislav Petrov, è il tenente colonnello dell’ Armata Rossa.
Non basta.
La nostra storia ha qualcosa in più di un gesto di un tenente colonnello dell’Armata Rossa: il periodo storico in cui questo gesto viene compiuto.
Siamo nel 1963, al culmine della guerra fredda, in un momento in cui i potenti sono come i funamboli che camminano su un filo a centinaia di metri da terra.
Il mondo stesso è una sfera il cui asse, oscilla su quello stesso filo.
Basta un movimento azzardato, un gesto imprudente e si cade nel vuoto, dove, in questa storia, vuoto vuol dire guerra, distruzione, morte, vite innocenti spazzate via nemmeno un ventennio dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Basta un movimento e scoppia una guerra nucleare, perché, è vero, dopo nemmeno 20 anni, pensare ad una nuova guerra ci dà l’immagine di una società poco evoluta, ma è pur vero che in un ventennio se c’è una cosa che si evolve, sono le armi e la loro potenza distruttiva.
Hiroshima e Nagasaki, avevano già avuto un saggio di ciò che vuol dire, per via di quelle due bombe lasciate cadere dalla pancia di Enola Gay.
Ecco perché dire che questa è la storia di coraggio e di un uomo controcorrente, a pensarci, fa quasi paura.
Questa storia si svolge in autunno.
È il 26 settembre 1963, il tenente colonnello Stanislav Petrov, è l’ufficiale di servizio nel bunker Serpuchov 15, vicino mosca.
Ha un compito preciso: deve monitorare il sistema satellitare posto a sorveglianza dei siti missilistici Usa. Li deve leggere ed interpretare e, se si avvede di un attacco missilistico, deve immediatamente avvisare i suoi superiori che risponderanno con un contro attacco missilistico su vasta scala.
Il tenente colonnello Petrof, ha quindi il potere di decidere le sorti di milioni di vite.
Alle 00.14 ora di Mosca, il satellite sovietico segnala un attacco da parte di un missile Usa.
Petrov si ferma, non avvisa subito i suoi ruperiori. Ragiona.
Se gli Usa volessero attaccare, non userebbero certo un missile solo. Decide di tacere.
Ma nei minuti a seguire riceve altri 4 segnali di allarme.
Anche in questo caso le informazioni in possesso di Petrov, unite ad un’ottima conoscenza del sistema satellitare sovietico, lo spingono a dire che si tratta di un errore, un madornale errore del sistema.
Potenzialmenmte, mentre decide, vi sono 5 missili in viaggio verso l’URRS, che sembrano ancora troppo pochi.
Petrov non può tacere, deve avvisare i suoi superiori, ma deve decidere cosa dirgli: affidarsi ai dati oggettivi del satellite, vorrebbe dire condannare a morte molti americani. Affidarsi all’esperienza, vuol dire contravvenire agli ordini e salvare motissime vite.
Petrov sceglie la seconda opzione. “Malfunzionamento del sistema”, riporta nel report diretto ai superiori, ed ha ragione.
Un errore del sistema, dovuto, alla congiunzione astronomica tra sole e terra ed il sistema satellitare sovietico.
A voler lavorare di fantasia, potremmo dire che proprio la terra tanto minacciata, ha voluto vendicarsi contro chi voleva nuovamente metterla a ferro e fuoco, regalando una bella dose di paura agli Usa ed all’ Urrs.
Petrov ha ragione, ma la sua ragione ha un prezzo. Perchè Petrov per avere ragione, palesa una macroscopica falla del sistema di sorveglianza Urss.
Per questo, per altre ragioni, il tenente colonnello viene redarguito e costretto ad un pensionamento anticipato.
Il prezzo da pagare per essere andato, fortunatamente, controcorrente.
Come tutte le storie di questo tipo, si è tentata di nasconderla nelle falle della memoria, mascherandola nei silenzi.
Fino al giorno in cui è stata consegnata al mondo.
Per questo Petrov ha, forse tardi, avuto il vero premio che si riserva i giusti, rappresentato da numerosi encomi anche da quell’esercito dell’ Unione Sovietica che lo aveva rinnegato.
È stato ricevuto anche all’ Onu e nel 2011 la Germania gli ha conferito un premio dedicato a chi apporta contributi significativi alla pace nel mondo.
Qui termina questa storia, ricordando, in un gruppo in cui il rispetto delle regole è la bandiera, che spesso i giusti sono, paradossalmente, proprio dei ribelli. Che il loro coraggio, spesso, viene scambiato per qualcosa di illegale.
Ma i giusti, se sono tali, lo sono a scapito di ogni più fervido contrasto ed il tempo, prima o poi, gli renderà ragione.
#nottebiancadellalegalità

#stanilavpetrov